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Violetta, la ricetta del successo argentino: make-up, live show e il triangolo amoroso.

“Violetta live show”. Se questa espressione vi strappa urli di gioia e vi fa venir voglia di saltare per tutta la casa cantando a squarciagola, delle due l’una. O siete femmine e avete un’età compresa fra i sette e i quattordici anni, rappresentate il difficile target che va dalla fine di Peppa Pig all’inizio dei One Direction e credete in Clio Make-up; oppure siete il General Manager della Disney America Latina e vi fregate le mani sulla montagna di soldi che Violetta frutta al vostro colosso.

Violetta nasce come telenovela argentina e contiene tutti i migliori elementi della soap opera e della fiaba messe insieme. Gli elementi del successo ci sono tutti; la suspense, la vita incredibile di una ragazza quasi normale, la matrigna cattiva e il travaglio amoroso, che permette alle ragazze di identificarsi in un “team Diego” o “team Leòn”, sul solco di Twilight. L’aspetto musicale è allo stesso modo ben costruito; le canzoni sono orecchiabili, positive, allegre e il testo è abbastanza semplice da essere capito dal pubblico più giovane, ma, allo stesso tempo, abbastanza complesso da permettere alle ragazze di sentirsi coinvolte. La musica non l’ha certo composta Bach e ha molto da invidiare alle colonne sonore dei lungometraggi Disney, ma è perfetta per il pubblico a cui si rivolge. I versi parlano d’amore, di amicizia, delle difficoltà del mondo adolescenziale e non mancano le frasi ad effetto, perfette per essere scritte su un diario o sulla pagina Facebook.

La serie è costruita ad arte per avere un forte appeal sulle ragazze; ma qual è il messaggio che passa? Certo, di per sé Violetta pare piuttosto innocua e i valori che trasmette sono quasi tutti positivi; ama i tuoi amici, ama la tua famiglia, divertiti, insegui i tuoi sogni e sappi perdonare quando serve. D’altra parte però, come in molte altre serie di questi ultimi anni, passa un altro messaggio alle ragazze: la necessità assoluta di avere un fidanzato. Violetta, di ragazzi ne ha due o tre, a seconda della serie, ma è comunque sconvolgente che una ragazzina di quattordici anni sia interessata esclusivamente alla ricerca della sua dolce metà. Violetta è solo l’ultima di una miriade di serie in cui la protagonista femminile non si sente una persona completa o del tutto accettata finché non ha un uomo al suo fianco. Viene quasi da chiedersi, ma come? Avete passato gli anni Novanta a convincere le bambine che erano forti e brave come e quanto i maschi, che potevano fare le allenatrici di Pokèmon anche loro, che il fidanzato va bene, ma deve andare d’accordo con le tue amiche e che si può essere femmina ed essere la strega più brava di Hogwarts.

E alle bambine, alle ragazze del duemila cosa viene detto invece? Potete essere forti, belle, magiche, potenti, ma la vita inizierete a godervela davvero solo quando il principe azzurro scenderà dal cavallo (o dal lupo mannaro).

Siate intelligenti, bambine, ma solo perché così il ragazzo che vi piace vorrà voi –perché siete profonde- e non l’oca superficiale che gli si struscia addosso.

Non crediamo che in sé sia sbagliato parlare dell’amore da favola, soprattutto quando si parla a ragazzine che hanno tutto il diritto di sognare il principe azzurro; ma forse il ventunesimo secolo ha bisogno di modelli femminili leggermente più elaborati e moderni della strega cattiva (la matrigna), della ragazza antipatica che vuole il tuo ragazzo (la sorellastra) e della giovane e nobile fanciulla dal passato triste (la principessa). Violetta, in questo, si adegua al trend generale dei prodotti per femmine, bambine o donne, che da Twilight a 50 sfumature di grigio sono gentilmente invitate a sentirsi inferiori in assenza di uomo a braccetto. La cosa interessante è che questa serie è invece in controtendenza con il messaggio che la Disney manda attraverso i suoi film; pensiamo a prodotti come Maleficent o a Frozen, dove le principesse si salvano grazie all’amore, ma non all’amore romantico.

Però, si sa, i lungometraggi parlano in primo luogo alle bambine statunitensi, dove impera il politically correct, mentre Violetta nasce sudamericana e come il make-up dei live deve adeguarsi al suo pubblico.

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Con buona pace delle nonne femministe o sessantottine, nel giro di pochi anni, Violetta è diventato un fenomeno mondiale apparentemente inarrestabile; fra la distribuzione della serie tv, i singoli, i concerti live e tutto il merchandising, il giro di denaro creato dalle pene d’amore di una quattordicenne non ha niente da invidiare ad altri successi disneyani come l’Hanna Montana di Miley Cyrus o la stessa Britney Spears. La Disney ha lanciato una quantità incredibile di giovani successi, tutti partiti dai buoni sentimenti e dallo stile acqua e sapone tipico della casa di Topolino. Alcuni di loro sono finiti nel dimenticatoio sociale dei fenomeni di massa (Jonas Brothers chi?), mentre altri si sono trovati a dover fare di tutto per togliersi di dosso l’immagine del buonismo disneyano e di “prodotto per ragazzini” per potersi riciclare nel mercato degli adulti.

Pensiamo a Miley Cyrus che nel giro di un paio d’anni è passata dalla freschezza e innocenza di Hanna Montana, al twerking e ad esibizioni quasi pornografiche, nel disperato tentativo di farsi prendere sul serio anche da un pubblico di “grandi”. La simpatica Hanna Montana, al momento cavalca ammiccante una wrecking ball e ci chiediamo: era davvero necessario per la povera Miley fingere di praticare fellatio su un martello per far valere la sua bella voce e liberarsi del magico e soffocante mondo della favola Disney? Probabilmente no, ma non tutti sono fortunati (o maschi) come Justin Timberlake, che è riuscito ad accompagnare la carriera cinematografica a quella musicale e che è stato capace di emanciparsi dall’overdose di buoni sentimenti del club di Mickey Mouse. D’altra parte, Miley Cyrus al contrario di Britney Spears o di Lindsay Lohan, sembra in grado di cavalcare l’onda del successo che la sua immagine di bad girl le sta regalando. Dove Britney e la Lohan sono cadute in un circolo vizioso di trash, dipendenze e paparazzi, da cui solo la prima si è salvata, Miley Cyrus resta in sella e definisce di volta in volta il significato del termine limite, guadagnando cifre astronomiche.

Possiamo chiederci che cosa ne sarà di Violetta e che cosa sarà costretta a fare l’attrice che la interpreta, Martina Stoessel, una volta troppo cresciuta per essere credibile mentre scrive su un diario rosa e per indossare gonnelline striminzite senza dare scandalo. Intanto, è chiaro che Violetta è un prodotto commerciale studiato ad arte per un target preciso; al di là dei contenuti, che possono essere ritenuti adeguati o meno per la fascia d’età a cui si rivolge, è quasi preoccupante constatare la spaventosa risposta del pubblico e la capacità che la Disney ha di sfruttare i suoi “prodotti” di successo, finché questi non crescono e iniziano a desiderare una carriera nel soft-porn.

D’altra parte, le adolescenti sono l’audience ideale a cui rivolgersi perché compreranno il pacchetto completo; dal biglietto per il concerto, ai dvd della serie, dal make-up sponsorizzato da Violetta ai vestiti, per finire con i diari, le borse e qualsiasi altro prodotto venga in mente ai geni del marketing Disney.

Come riportano l’Ansa e diversi quotidiani sembra che ci stiamo avviando alla fine del fenomeno Violetta; restiamo comunque fiduciosi che la prossima operazione di marketing in chiave Disneyana non si farà attendere molto.

Per il momento le fan della penisola possono consolarsi; mentre scrivo è in corso il suo tour italiano 2015, con date a Torino, Milano e Firenze.

Potranno realizzare il loro sogno, chiedendo ai genitori i settanta euro necessari per “Violetta Live Show”.




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