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Silvana Agliardi, Announo e la trappola delle Social Tette

E’ un esperimento interessante quello di Announo, una trasmissione affidata ad un volto promettente del giornalismo e della TV italiana, una capace Giulia Innocenzi, che si propone di fare informazione a 360 gradi, senza la paura di sporcarsi le mani.

Lo spirito è quello del racconto e spesso della denuncia – le belle storie commuovono ma servono a poco – e non si può affermare che l’atteggiamento non sia quello giusto in un paese come il nostro tanto dedito e assuefatto al malaffare. Il problema che mi voglio porre in questo articolo è dove stia la differenza tra la denuncia e l’esposizione gratuita.

Silvana Agliardi è una procace ragazza campana divenuta “famosa” (l’utilizzo di questo termine non è del tutto proprio) per aver sfruttato il trucco più vecchio del mondo. Tette in cambio di moneta. Che poi, nel caso in questione, non si tratti di vera e propria prostituzione, è un dettaglio irrilevante, perché non sarebbe stato poi tanto diverso. A cambiare sarebbe stato solo la metodologia dello sfruttamento di un corpo femminile ancora una volta fatto oggetto da barattare per altri oggetti.

La giovane e non furbissima ragazza in cambio di soldi usa concedere ai propri fans scatti o filmati del suo corpo seminudo. Fin qui, tutto ok. Già visto, già sentito, sempre successo e sempre succederà, dal momento che la madre dei maniaci è sempre gravida. Dov’è il problema? Che questi maniaci siano in molti? Nemmeno questo è un problema, siamo sei miliardi, fossero anche un milione sarebbero pochi in proporzione. Come ha fatto questa ragazza a meritarsi il servizio? Come ha fatto a guadagnarsi il suo quarto d’ora di popolarità, speso a spiegare come lei non trovi nulla di male nel chiedere 50 o 100 euro a ragazzi che definisce schiavi, e schiavi persino felici a suo dire?

La risposta a queste domande è? Tette.

Silvana Agliardi non è diversa da decine di sue coetanee cresciute a pane e “Uomini e Donne” che, prive di qualsiasi rispetto per se stesse e per il genere femminile in generale, decidono di fare del proprio corpo – giovane, avvenente e sessualmente stimolante – un biglietto da visita da utilizzare per presentarsi ad un pubblico di poveri di spirito pronti a buttare soldi per vedere un capezzolo e tre peli. Silvana è una che “è bellissimo che i ragazzi mi facciano i regali, significa che mi amano”. Silvana non è un volto su cui fare una campagna di denuncia. Silvana non è nemmeno un simbolo della rottura dei tabù sessuali di una società bigotta e perbenista come si vorrebbe far passare quella italiana. Silvana è semplicemente una ragazza ingenua, irresponsabile e priva di qualsiasi coscienza del sé., che da questo interesse mediatico trarrà la spinta a fare di peggio e per un pubblico adesso più ampio e disponibile.

Ha avuto veramente senso, giornalisticamente parlando, sbatterla in prima serata con la sua storia così incredibilmente “già sentita”? E’ veramente un caso così straordinario da meritare di essere raccontato per dare un esempio alle giovani generazioni a cui si rivolgerebbe il servizio ed – in parte – la trasmissione? La risposta, per chi scrive, è no.

Giulia Innocenzi è cascata nella trappola delle social tette. Una trasmissione TV per funzionare ed essere confermata nel palinsesto deve fare una cosa semplice: ascolti. Per fare ascolti commercialmente utili, la TV deve riferirsi ad una fetta di pubblico quanto più grande possibile. In un paese come l’Italia che conosciamo oggi, questo significa, ad un certo punto, pagare dazio al sensazionalismo. E nulla fa più sensazione delle tette. Al punto che se non fosse per loro questo stesso articolo non avrebbe visto la luce. Perché non risultava affatto fuori luogo il servizio sull’allevamento intensivo di maiali andato in onda la settimana scorsa. Non diceva nulla di nuovo, né mostrava cose che non si sapessero – esclusi sordi, ciechi e muti – però il solo fatto di sbattere quelle immagini agghiaccianti in prima serata può in qualche modo aver risvegliato una o due coscienze.

Il servizio su questa ragazza campana invece non racconta nulla, ma davvero nulla di nuovo. Ha stimolato una discussione in studio in cui a far sensazione può essere che qualcuno si sia sforzato di non condannare come dannoso – per se stessa in particolare – il comportamento della giovane, ma oltre a ciò ha avuto la sgradevole conseguenza di aumentarne la popolarità e probabilmente la spinta all’imitazione.

Perché ci sia informazione deve esserci inchiesta, ricerca e svelamento. Se racconti una storia nota non sveli, non informi. Se della storia nota fai protagonista un volto, questo diventerà noto a sua volta e ciò che è noto può essere d’esempio o usato a deterrente. Che una ragazza arrivi a guadagnare anche mille euro in un giorno per mandare filmati delle proprie grazie a dei distintissimi idioti, per una mente scarsamente educata, può suonare come un’incitazione più che una diffida. Era questo il messaggio che voleva mandare una ragazza preparata come Giulia Innocenzi al suo pubblico? Sono abbastanza certo di no. E’ questo quello che all’atto pratico è passato? Più si che no, sempre ad opinione mia.

Quello delle “tette a scopo di lucro” è un fenomeno diffuso e che non si sconfiggerà “denunciando” (o semplicemente mostrando) i volti di chi ne trae guadagno. E’ una pratica che si sconfigge insegnando alle ragazzine che sono molto più di un seno, un culo sodo ed un sorriso. E che finché si ostineranno a scambiare l’appeal sessuale con un potere ed un simbolo di emancipazione, finiranno sempre per circondarsi di persone disgustose che renderanno il loro mondo un posto orrendo. E non lo si fa regalando ulteriore popolarità a chi dell’apparire si nutre. Silvana Agliardi andava lasciata al suo pubblico. E per raccontare la sua storia ed esporre il suo peccato, qualora il mondo dell’informazione ne sentisse il bisogno, probabilmente non era necessario mostrare il suo volto e farne il nome. Perché vedersi commentare da Rocco Siffredi e persino paragonare ad una Valentina Nappi – altro caso divertente – così incredibilmente nota tra il pubblico dell’internet, è un regalo decisamente immeritato, ed un privilegio male indirizzato.

Denunciare allevatori dal cuore di pietra e dalla moralità in vacanza che fanno mangiare ai propri maiali la loro stessa merda è un qualcosa che può far riflettere. Mostrare chi per vivere mostra se stessa e prostituisce la propria immagine altro non è che un involontario spot pubblicitario che può solo schifare chi è contrario e attrarre chi è a favore di questo genere di commerci. Quasi nessuno che non lo fosse già prima si sensibilizzerà alla tematica ed il guadagno in termini sociali per il pubblico sarà uno zero tendente al negativo a causa dei tentativi di emulazione.

Giulia Innocenzi, ed i ragazzi della redazione di Announo, secondo me, questa volta hanno toppato. E alla grande.
Il consiglio da parte di un Signor Nessuno come chi scrive, è quello di domandarsi a cosa serva un servizio e se in qualche modo non tradisca il proprio obbiettivo, nella sua forma e realizzazione, prima di realizzarlo. Anche perché il fenomeno raccontato non ha le dimensioni endemiche tali da renderne fondamentale la cronaca dettagliata con nomi e cognomi. Bensì trattasi di effetto collaterale da somministrazione di una dose troppo alta di social a menti facilmente impressionabili. Menti che per 20/30.000 euro al mese senza sforzo, sono perfettamente in grado di ignorare il velo di moralità steso sulla questione per mondarla e anzi, farne una occasione di festa per dire “lei ce l’ha fatta”.

Quando invece, probabilmente, lei, Silvana, di “fatto” ha solamente una meravigliosa prigione con sbarre d’oro, finemente lavorate e lì apposte da… lei stessa…




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