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Musica e cinema, episodio 3 – Il sistema degli studi cinematografici

Con l’estate intraprendiamo un percorso nella storia del cinema, focalizzandoci sul rapporto che quest’ultimo, dai fratelli Lumière a Wes Anderson, ha intrattenuto con la musica. Terza puntata “Il sistema degli studi cinematografici”.

Music, one of the greatest art forms, must be subjugated to the needs of the picture. That’s the nature of movie making

All’inizio degli anni Venti Hollywood era composta da una manciata di studios, cresciuti durante l’era dei film muti con un sistema di produzione che rimarrà immutato fino all’epoca dei “talkies”. Warner Bros, Studios, Metro Goldwyn-Mayer (MGM), Universal Studios, Paramount Studios, RKO, Twentieth Century-Fox e United Artists erano le case di produzione più famose e proficue. Come accade oggi, la maggior parte di questi studi attraversò negli anni diversi cambi di proprietà, mutando spesso i profili di guadagno e di investimento.

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Lo storico logo della RKO

All’epoca c’era una certa “diversificazione settoriale”. La Warner Bros era famosa per gli avvincenti film d’avventura, la Universal per la produzione di B-movies in stile horror e per le commedie, e la MGM per i film drammatici. Fu il periodo più produttivo nella storia del film business in termini di pellicole girate. Negli anni Trenta l’affluenza nei cinema era di gran lunga superiore ai giorni nostri: molte persone passavano pomeriggi interi nelle sale per vedere anche più di un film (forse perché non esisteva la tv?). Oltre 80 milioni di americani, circa il 65% della popolazione, andavano al cinema almeno una volta a settimana.

EPISODIO 1 – L’ALBA DELLA CINEMATOGRAFIA: I FILM MUTI

 EPISODIO 2 – I PRIMI TALKIES E LA SINCRONIZZAZIONE

Per soddisfare la grande quantità di film richiesti dal pubblico si creò così un sistema di produzione molto simile alla catena di montaggio. Si trattava di un processo efficiente, pratico e gerarchizzato. Un qualsiasi addetto ai lavori (dallo sceneggiatore al regista passando per il compositore) difficilmente poteva influenzare i piani di produzione. L’unica figura che aveva potere decisionale assoluto era il produttore esecutivo.

Lo studio era una grossa fabbrica di film, che possedeva al suo interno tutto il necessario alla realizzazione della pellicola. Ogni aspetto della gestione e dello svolgimento dei lavori era controllato dal produttore esecutivo. Lo studio stipulava contratti full-time con sceneggiatori, registi, attori, costume designer, parrucchieri, carpentieri, elettricisti, musicisti, agenti pubblicitari e qualsiasi altra figura necessaria. Molti studi possedevano poi teatri che proiettavano esclusivamene i film della casa madre, decidendo quando, dove e per quanto tempo dovevano essere proiettati. Un monopolio che fu dichiarato illegale nel 1949 costringendo gli studios a vendere fuori dai loro teatri.

Quando un film iniziava il suo viaggio nella catena d’assemblaggio hollywoodiana, il produttore dettava le linee guida per tutti i dipartimenti. Per primo un gruppo di sceneggiatori veniva incaricato di creare, completare e correggere lo script. Anche se era solo lo sceneggiatore capo a comparire nei titoli di coda, in realtà il lavoro era svolto da più persone. C’era chi si dedicava alle scene d’amore, chi si specializzava in scene d’azione e chi gestiva la scrittura dei dialoghi. La stessa cosa valeva per i registi, che lavoravano in gruppi, ognuno specializzato in certi tipi di riprese. Ogni lavoratore sotto contratto non poteva collaborare per nessun altro studio e doveva seguire a menadito le direttive della produzione. La parola del produttore era l’ultima su tutto e aveva potere anche sull’aspetto creativo, scavalcando spesso le idee del regista.

Anche la musica era “costruita” secondo l’ottica industriale e molti compositori dovettero adattarsi agli stili desiderati dai produttori. Non a caso la filosofia di quei tempi era: “If it works do it again”, un motto che lasciava ben poco spazio alla creatività e alla sperimentazione. Questa è una delle tante ragioni per cui si trovano numerossissimi clichè nei film e nella musica Hollywoodiana del tempo. Alla colonna sonora era dedicato infine un intero dipartimento della catena di produzione, che comprendeva compositori, orchestre, cantautori, pianisti, conduttori, coreografi e fonici. Queste figure, in genere, lavoravano in un unico grande ufficio che conteneva anche uno studio di registrazione.

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Alfred Newman, direttore d’orchestra della Warner Bros

Il capo del dipartimento musicale era sempre il compositore o il conduttore d’orchestra, come Alfred Newman che fu a capo del dipartimento musicale della Twentieth Century-Fox tra gli anni Quaranta e Cinquanta. Dopo che il compositore presentava la prima stesura della musica, questa passava agli arrangiatori, ai copisti e ai correttori di bozze, per poi arrivare all’orchestra. Quando c’erano musical o balletti, non mancava mai un pianista che si occupava di suonare i brani per le prove degli attori. Ognuno aveva il suo compito ed era tutto diviso in comparti. Un processo molto simile alla produzione moderna con due grandi differenze: oggi la composizione è in mano ad un unica figura ed è tutto costruito al di fuori dello studio.

Una delle caratteristiche di forza della prima Hollywood era poi il tempo di lavoro, spaventosamente rapido perfino per gli standard moderni. Ci volevano appena cinque giorni per comporre, registrare e mixare il film. Oggi un compositore ha bisogno mediamente dalle due alle otto settimane per scrivere la musica e dai tre ai dieci giorni per registrarla. Quando il lavoro è completo, ci vuole poi un mese per il lavoro di dubbing della pellicola. Questo significa che il film arriva nelle nostre sale tre mesi dopo che il compositore ha ricevuto il copione.




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