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Musica e cinema, episodio 2 – I primi Talkies e la sincronizzazione

Con l’estate intraprendiamo un percorso nella storia del cinema, focalizzandoci sul rapporto che quest’ultimo, dai fratelli Lumière a Wes Anderson, ha intrattenuto con la musica. Seconda puntata “I primi Talkies e la musica sincronizzata”.

There was a time in this business when they had the eyes of the whole world. But that wasn’t good enugh for them, oh no, they have to have the ears of the world, too. So they opened their big mouth and out came talk. Talk! Talk! – Norma Desmond in Sunset Boulevard.

L’uso del suono nelle pellicole rivoluzionò l’industria cinematografica e il modo di raccontare le storie. recedentemente, quando i film erano muti, il regista doveva amplificare le emozioni attraverso espedienti fotografici o l’uso di particolari inquadrature. Quando gli attori iniziarono a parlare, invece, i registi sentivano il bisogno di dare più importanza ai loro volti, utilizzando uno stile diverso, che si focalizzava di più sui primi piani. I movimenti di camera iniziarono ad essere più statici, in maniera da concentrarsi su chi intraprendeva un discorso e sulla reazione dell’ascoltatore. Fu così che, in poco tempo, il dialogo diventò sempre il punto centrale del film, limitando il lavoro di immaginazione del pubblico.

Tutto ciò fu un grosso cambiamento anche per i musicisti, che dovevano fornire un supporto necessario per la comprensione psicologica ed emozionale della trama. In più le composizioni originali accompagnavano il film in ogni posto in cui veniva proiettato e questo significava che in molti avrebbero perso il lavoro nelle orchestre di teatro. Ma la cosa che risulta quasi impensabile considerando la struttura dei film moderni è che, a inizio anni ’20, la maggior parte degli addetti ai lavori negli studi cinematografici aveva la netta sensazione che questa nuova tecnologia sarebbe stata un flop. Erano in pochissimi quelli che vi vedevano una possibilità di sviluppo, una nuova frontiera cinematografica. Tra questi, però, c’erano i due fratelli Warner, all’epoca criticati da tutti i loro colleghi per la pazza scelta di investire sul suono nei loro film. La tensione era alta quando, tra lo scetticismo generale, presentarono in una fredda notte invernale newyorkese del 1927 The jazz singer, il primo musical da grande schermo, con un formidabile Al Jolson protagonista.

Nessuno poteva immaginare la reazione del pubblico dopo quasi 30 anni di film muti.

Va detto che siamo ancora ben lontani dall’attualità, perché la maggior parte dei dialoghi erano muti e la storia raccontata da delle “cards” che si alternavano alle immagini, ma non appena il pubblico sentì la voce di Jolson cantare Blue Skies e Mammy rimase quasi di sasso. Il film fu un successo senza eguali per l’epoca, sbancò al box office e fece da apripista allo sviluppo dell’industria cinematografica.

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Il frame di apertura di “The jazz singer”

Fu così che, per molte ragioni, sia tecniche che commerciali, la maggior parte dei primi Talkies (così chiamati in gergo) erano musical dal loro valore di intrattenimento altissimo. Non solo gli attori parlavano, ma cantavano e danzavano; inoltre c’era il vantaggio logistico di avere i musicisti già sul set. La sincronizzazione tra pellicola e musica era un lavoro molto difficile e costoso poiché all’inizio non c’era modo di registrare la colonna sonora separatamente dal resto della produzione; tutti i musicisti dovevano essere presenti e posizionati in maniera tale da essere sentiti ma senza coprire i dialoghi. Non potevano essere commessi errori senza rovinare tutta la ripresa, un incubo per tutti coloro che ne erano coinvolti: musicisti, attori, registi e tecnici del suono.

Fortunatamente la tecnologia arrivò in aiuto dei filmmakers. Nel 1931 si sviluppò un metodo per aggiungere la musica alla pellicola in separata sede e, quindi, scene e colonna sonora potevano essere registrati in momenti diversi. Ciò aprì le porte a una nuova tecnologia chiamata Dubbing, che permette il missaggio (in una stessa traccia audio) di suoni, dialoghi e colonne sonore. Un vantaggio enorme per i registi: il dubbing permetteva loro non solo di scegliere dove posizionare effetti e colonna sonora, ma anche di decidere il volume del suono scena per scena. Così si ridussero notevolmente i costi e i film muti diventarono fuori moda. Tuttavia in molti credevano di dover giustificare visivamente l’origine della musica; capitava che, in una scena d’amore ambientata nei boschi, senza nessuna ragione narrativa faceva capolino un misterioso violinista, o un pastore con un flauto di campagna che suonava una parte scritta per un orchestra di cinquanta (50!) elementi. Erano esperimenti, atti a capire cosa funzionava e cosa era meglio accantonare.




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