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Music facts: Chet Baker (quando la solitudine ti riduce a pezzi)

Se ne stava lì, seduto, fissando il nulla a un distributore di benzina sulla Pacific Coast Highway. Sguardo sbarrato, faccia scavata e vene sottili come fili di ferro, ormai sfiancate dalle numerose overdose. Faceva il commesso in quel distributore dove passavano camionisti bifolchi e puzzolenti, ricchi divi del cinema di una Hollywood in piena ascesa ma anche molti ragazzotti brufolosi con la speranza negli occhi, che cercavano la fortuna nella città degli angeli.

Tutti ignari della turbinante storia che Chet Baker aveva vissuto fino a quel momento.

Per uno che aveva dedicato i migliori anni della propria vita alla tromba, ritrovarsi li, con le speranze ormai a zero, era una condanna. Erano passati ormai due mesi da quando cinque spacciatori di colore gli avevano spaccato la mascella a suon di botte per questioni di droga. Suonare in quelle condizioni era una tortura e uno spettacolo raccapricciante per chi conosceva la storia di un musicista così poliedrico e dal linguaggio universale come Chet.

Il genio di Chesney Henry “Chet” Baker Jr. era stato scoperto parecchi anni prima, quando aveva solo 16 anni, da un certo Charlie Parker: “Tenete d’occhio questo ragazzino” disse a Dizzie Gillespie. Suonava soltanto da cinque anni, il padre gli aveva comprato una tromba a un banco dei pegni in un paesino sperduto dell’Oklahoma. Non aveva alcuna nozione teorica e non conosceva le scale, ma nessuno suonava in quel modo delicato e prolungato, nessuno elevava il canto a lamento, nobile inno d’amore e morte.

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Baker, giovane figlio dell’Oklahoma, in una foto scattata nel pieno del successo

Il successo arrivò nei primi anni ’50 grazie al suo stile lirico e intimista, condividendo il palco con i più grandi musicisti dell’epoca, da Stan Getz a quel Parker che lo scoprì. Ma l’apice fu raggiunto grazie al quartetto fondato con Gerry Mulligan, insieme al quale percorreva su e giù la costa della California. Ben presto Baker diventò il padrone della scena, col suo aspetto da “dolce e dannato” che era una calamita per le ragazze. Vulnerabile, bugiardo, autodistruttivo ed egoista, nessuno era riuscito prima di lui a fondere arte e vita in maniera così teatrale. Dopo qualche tempo Mulligan, forse troppo geloso del carisma di Chet, decise di cacciarlo. Ma lui si sentiva pronto a una carriera da solista. Fondò una sua band e assunse anche il ruolo di cantante: una voce calda, penetrante e leggera come il vento, che arriva dritta al cuore.

Girava il mondo in quel periodo. Venne anche in Italia nel 1960 e ci resto, suo malgrado, più tempo del previsto. Fu arrestato vicino Lucca per possesso di droga: era da più di un’ora nella toilette di un autogrill, una lunghissima e interminabile ora in cui non riusciva a trovare quella fottuta vena per iniettarsi dell’eroina. Furono 16 lunghissimi mesi di carcere.

Il suo limite fu che non aveva limiti.

Probabilmente per uno come lui il successo diventò un’arma a doppio taglio, con troppe scelte sbagliate, troppi eccessi, che lo portarono verso una situazione disastrosa fino a precipitare nel baratro del dimenticatoio. Forse la vita era stata troppo dura con Chet e lui, del jazz, non ne voleva più sapere. La notorietà e tutto il resto passarono in secondo piano, aspettava solo il dolce arrivo della morte, quando, finalmente, avrebbe potuto trovare un po’ di riposo.

Ma a volte il destino può essere veramente crudele, come se si divertisse, guardandoci con quell’aria di superiorità, mentre cerchiamo di non annegare nella merda che ogni giorno arriva a palate. Un mercoledì del 1966 si fermò al distributore un signore di mezza età, uno di quegli avvocati straricchi che si approfittavano delle disgrazie della gente per fare sempre più soldi. “Ehi ma tu sei Chet Baker? – gli chiese – Come sei finito in questo posto del cazzo? Ho ascoltato tutti i tuoi dischi.” Baker, con aria sfacciata, gli mostro la sua bocca distrutta e senza denti, senza proferire parola. Così l’avvocato decise di aiutarlo, pagando un dentista che gli avrebbe ricostruito la mascella. In cambio Chet, anche se con la dentiera, sarebbe dovuto rientrare in scena.

Ma per un’anima squarciata tornare sulla sella dello showbiz poteva significare solo una cosa: il declino.

Chet tornò così alla musica, ma dovette imparare a suonare con la dentiera e il suo stile ne risentì molto, tanto che la gente dubitava della sua stessa identità quando si presentava nei locali per qualche jam. Ma il problema vero era la droga, che lo stava consumando dentro. Per un tossicodipendente l’eroina è un’amante dura e crudele: si porta via tutto, anche la tua identità.

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Il volto segnato di Chet, accompagnato dalla sua inseparabile tromba

Superfluo dire che questo ritorno fu un fallimento. Ormai squattrinato e affranto, Baker provò a disintossicarsi e si trasferì a New York, per alcune registrazioni in studio. Un fuoco di paglia, purtroppo, perché la solitudine era un muro troppo alto da scavalcare e l’unica via di scampo era l’eroina. Dopo un rigido inverno passato a dormire sulle panchine e sotto i ponti della Grande Mela, Chet decise di provare la strada dell’Europa, un posto dove, qualche anno prima, aveva riscosso notevole successo con una serie di tour.

Fece tappa prima in Olanda e poi, verso la metà degli anni ’70, si trasferì a Roma. Adorava girare per Trastevere, in un qualche modo l’atmosfera gli ricordava quella dell’amato Greenwich Village. Frequentava musicisti italiani in voga in quegli anni come Enrico Pieranunzi e Maurizio Giammarco, in più registrava colonne sonore per Cinecittà. Sfrecciava a bordo di un’Alfa Romeo che non si poteva permettere, sempre in cerca di droga. Un giorno i passanti di via del Corso rimasero increduli vedendolo suonare per strada, come un musicista ambulante, chiedendo l’elemosina. Anche se non era una vita facile a Chet piaceva, finalmente si sentiva vivo e accettato. Sembrò che l’Italia potesse rimetterlo in pista dopo i fallimenti americani, ma la realtà delle cose era profondamente diversa.

A quel punto il declino era inarrestabile.

Negli ultimi anni il suo volto raggrinzito e senza denti era diventato un reticolo di rughe che, come un libro aperto, raccontavano il dolore, la gioia e i ricordi di una vita spinta sempre al limite, ma mai banale. Una storia che sembra uscita dalle pagine di un libro di Kerouac, e così fu la sua morte, avvenuta il 13 maggio 1988 quando cadde da una finestra del Prins Hendrik Hotel ad Amsterdam. Aveva 58 anni.




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