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Management del Dolore Post-Operatorio presenta “I Love You” – “Se non ti muovi, Il T-Rex non ti vede”

Normalmente dopo aver assistito ad un concerto, o comunque ad una breve esibizione, come è stata quella del Management del dolore post-operatorio – Feltrinelli di p.zza Piemonte, Milano, 27 Aprile 2015 – si scrive un live report in cui si racconta com’è andata la faccenda, si chiede alla band di condividerlo sui suoi canali social, ci si porta a casa quel tot di like in più alla pagina Facebook, e tutti sono mediamente felici.

Questa volta no. Il rito lo rimandiamo a quando pubblicheremo la recensione del loro nuovo album, I Love Youche scriverà qualcuno di più preparato del sottoscritto.

L’occasione è stata la presentazione del sopracitato album, in uscita oggi, 28 Aprile, ma la musica è stata sempre in secondo piano rispetto all’immagine, al personaggio di Luca Romagnoli e alle sue teorie “rivoluzionarie” (ma in ritardo di una 50ina di anni sul resto del mondo). Non a caso, durante il check, nel momento in cui ho pensato tra me e me che la voce nel mixer fosse troppo alta, dal palco ho sentito un “mi alzeresti la voce?” che doveva farmi capire dove sarebbe stato il focus.

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Parla di morale, nega la morale, nega ogni genere di ordine estraneo al “siamo al mondo per godere”. Dito medio alzato, gli sputi nel testo di una canzone e nella mimica sul palco e la costante retorica dello schifo. I politici fanno schifo, noi non siamo molto più che scimmie – ed in fondo in fondo, facciamo schifo, nella nostra insensatezza – nulla vale nulla, captatio benevolentiae con citazione di Pavese per darsi un tono e sfuggire per un attimo all’immagine del punk illetterato e TAC, l’attenzione è attirata.

“Sincero”, “fuori dagli schemi”, “indi(e)pendente”. Mah. A me è sembrato solo forzatamente irriverente e personaggio a tutti i costi, pienamente negli schemi di un indie che tende a ripetersi e ripetersi, e che una volta saturata la nicchia potenziale di fans è destinato a ritirarsi come una maglietta lavata a temperature troppo alte, mortificato da una varietà di tematiche troppo ristretta e forme espressive sempre uguali a se stesse.

Non è la musica, non è lei a decretare il successo di progetti, indubitabilmente forti, come quello dei Management del dolore post-operatorio, perché ci troviamo di fronte a basi estremamente ripetitive e simili tra loro nelle ritmiche e a testi tutti molto affini nel camminare in punta di piedi tra il sociale, l’adolescenziale e lo spudoratamente e orgogliosamente nonsense, in una mega supercazzola che, come nemmeno un film di Lynch, ti fa supporre di aver capito qualcosa anche se non ci hai capito nulla. Ma a me il dubbio che da capire non ci sia nulla, ad un certo punto, sorge.

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Sono i personaggi, la loro sfrontatezza, questa aria di rivoluzione del nulla, di ode al nichilismo e rivalutazione della merda per mezzo della svalutazione di tutto il resto. Una nota stonata non è tanto male se si scopre che tutta la melodia fa schifo. Queste si direbbero le chiavi del successo di band che, dallo Stato Sociale e dai Ministri in giù, sembrano tutte uguali. Ma se posso dire di essermi divertito ad un concerto dei Ministri e di aver trovato divertente qualche canzone dello Stato Sociale in passato, usciti da quel recinto, ho sentito solo brutte copie a metà tra l’imitazione, l’esasperazione e l’avanguardismo port-mortem (inteso come richiamo ad avanguardie che nel resto del mondo ora stanno nei libri di storia della musica).

Il rock è morto, i nuovi cantautori sono i rapper, non ci sono più le mezze stagioni, tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino, ma la conclusione è che la musica originale, in Italia, sta vivendo una crisi abnorme. Siamo stanchi di noi stessi, stanchi del passato e avari di amore per il presente. Proviamo a sputare su ciò che è stato ma senza la capacità di fare qualcosa che sia al contempo nuovo, di qualità e – magari – esportabile.

Per il mondo il meglio l’abbiamo dato con Peppino Di Capri.

E per un mercato musicale che come uvetta secca si restringe anno dopo anno per fatturato, l’Italia – tanto per cambiare – sembra più indietro di tutti nel percorso di rinnovamento. E l’Indie non sfugge a questa logica, ancorato allo schema del “non ci sono schemi, vale tutto”, rimane immobile di fronte ad un T-Rex chiamato noia che, alla lunga, sembra destinato a divorarselo.

Perchè la storia del restare immobili, fuori da Jurassic Park, non funziona.

 




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