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Lo Stato Sociale – Live Report Alcatraz 2014

Giovedì 6 novembre, sul palco dell’Alcatraz, i ragazzi de Lo Stato Sociale hanno cantato “abbiamo vinto la guerra“. Nel delirio più totale. Gente ammassata da star male sotto la console, tutto il parterre pieno e qualche cristiano astutamente stipato nel bar rialzato, a osservare questo spettacolo di dubbio gusto.

C’era gente ovunque.

Ragazzi miei, la guerra l’avete stravinta, avete portato oltre 3000 persone in una fredda notte di novembre a sentirvi suonare. Ed eravate voi, assolutamente voi, in un’esibizione lontana da ogni compromesso, dalle regole della cultura pop, e vicina solo alla vostra essenza musicale. Quando una band che non ha mai fatto un’apparizione televisiva riempie un locale come l’Alcatraz non si può non parlarne, perché è la prova che i canali della musica non stanno cambiando, ma sono già cambiati. Anzi, cambiatissimi.

Ma non è solo con i numeri che si valuta la riuscita di un progetto musicale, lo si deve giudicare soprattutto dalle facce di chi ci va a quei concerti. La sensazione era che un po’ tutte si sentissero di appartenere a un qualcosa un po’ cazzone e approssimativo, ma comunque impegnato nel guardare verso il mondo. Lo Stato Sociale può piacere o non piacere, come tutte le cose, ma questa volta bisogna riconoscere che Garrincha Dischi ha vinto. Ha vinto perché è stata in grado di accomunare delle persone e delle idee (che poi, per carità, sono opinabili) senza grandi operazioni di marketing – se non sul web -, portando la musica indipendente ai numeri del pop.

La band è salita sul palco alle 21.50 e ha suonato per un’ora e mezza buona, durante la quale il pubblico non ha mai smesso di muoversi, cantare e partecipare. Pur non conoscendo tutti i testi è difficile rimanere immobili davanti a questa espressione musicale, che coniuga parole a tratti poetiche a tratti scanzonate.

Lo Stato Sociale ha cantato con la sua gente e credo che, per chiunque faccia musica, questa sia la soddisfazione più bella.

Il loro ultimo album, L’Italia peggiore, non è l’album della vita, o almeno spero di no. Ci sono ancora troppi brani che, sinceramente, non lasciano niente. Poi però ti suonano Linea 30 e Il sulografo e la principessa ballerina, e tu resti lì, immobile, con la bocca secca e le orecchie tese. Indomma, capisci che, qualche cosa da dire, questi allegri cazzari emiliani ce l’hanno. Sinceramente, a volte trovo di cattivo gusto il fatto che si parli di temi seri (per esempio di Stefano Cucchi) e poi si finisca col ballarci su. Poi però guardo questa danza, una massa di corpi indefinita, ma che rappresenta un modo di aggregarsi a qualcosa che assomiglia a un ideale, un pensiero. E lo vedo come un passo avanti, in un periodo piuttosto sterile sotto questo profilo.

Hanno vinto la guerra ho detto, e forse lo hanno fatto senza neanche accorgersene. Sono riusciti a tenerci lì, ad ascoltare, ballare, indignarci. Lo hanno fatto recitando, alternando momenti da dj set ad altri di teatro canzone, scrivendo testi brillanti e, in qualche fortunato caso, di grande sensibilità intimista. Bravi ragazzi. Prossima tappa il Forum. Provate a riempire quello.




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