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Li conoscete…gli Eskimo Callboy?

Gli Eskimo Callboy sono una band post-hardcore formatasi in Germania nel 2010, che sfrutta molto l’elettronica più buffona che esista. Nel senso buono.

Per capire come ci si sente ascoltando un loro disco, immaginatevi di essere ad una bella festa in discoteca, tutto ok, tutto tranquillo, finché la gente non inizia a spingervi, a parlarvi mentre voi volete solo ascoltare la canzone, finché sbottate e urlate ai presenti: “LASCIATEMI IN PACE, CAZZO!”. O ancora, pensate di uscire da un amore infelice e cantare una canzone d’amore strappalacrime, voi avete fatto tutto il possibile per questa persona, eppure non è bastato, la frustrazione diventa rabbia ed ecco che esplode: urla e atmosfere tetre prendono improvvisamente il posto del ritmo leggero di qualche secondo prima.

Il tratto caratteristico della band è quello di fondere riff in drop C con basi elettroniche quasi da discoteca, contornando il tutto con breakdown da torcicollo alternati a ritornelli talmente orecchiabili da far rabbrividire gran parte dei metallari coraggiosi. Avete presente Skrillex vs Korn? Ecco, ci siamo quasi, ma più tamarro, al limite dell’insopportabile.

Nel 2012 esce il loro album di debutto, Bury me in Vegas, che li fa conoscere anche al di fuori dalla natia Germania. Un lavoro dai testi profondi e di spiccato rilievo intellettuale, come Muffin purper gurk, che parla della prematura scomparsa di un criceto, il cui funerale è rappresentato nel video; flash-back commoventi e la band che lo onora suonando con tanto di cappelli pelosi, chitarra di Hello Kitty e canotte rosa.

Ma come descrivere questo album? Facile: prendete quattro accordi (QUEI quattro), mischiateli in 11 tracce e tac, fatto.

Un gioco riuscito? Per me al 101% sì, ma il resto del Bel Paese non deve essere troppo d’accordo, visto che al concerto saremo stati in 50. Tanto meglio, lo show è stato spettacolare. Ed ecco il risultato:

eskimoFoto da palco insieme a Sushi, uno dei due cantanti degli Eskimo Callboy, con solito cappuccio peloso

È dello scorso gennaio il secondo album, We are the mess, che prende il titolo dall’omonimo brano. Il principio è sempre lo stesso, ma con un tocco in più di dubstep e arrangiamenti resi un po’ più pesanti. Senza rinunciare alla loro vena tamarra e al limite del melenso.

Insieme a questa band, nel calderone di quel genere chiamato electrocore, ci sono anche i più noti Asking Alexandria, Attack Attack ed Enter Shikari, ma a parer mio nessuno è riuscito a raggiungere il livello di connubio tra metal e disco come i miei eroi tedeschi. Solo per stomaci forti.




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