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Le 5 ragioni per cui la musica ha fallito…

…ma ci deve riprovare.

La crisi esiste. La crisi è vera. Benedetta sia la crisi.

A scrivere è uno che pensa che il cambiamento non sia  necessariamente positivo di per sé. Chi scrive pensa che positivo sia solo un cambiamento positivo, mentre ci sono anche cambiamenti negativi. La crisi ci sta cambiando. In maniera positiva. Sono gli strumenti che sta utilizzando che sono un cancro, che sta falcidiando un’intera generazione, se non di più. Come fece la rivoluzione francese. La crisi non finirà, affatto, peggiorerà forse, mettendo in dubbio tutti quei capisaldi su cui la società occidentale poggia da decenni, in alcuni casi secoli.

Gli usi e costumi che l’hanno fatta da padrone, specialmente in un paese come l’Italia, stanno collassando sotto il peso della propria inadeguatezza. La crisi attuale è una crisi dell’umanesimo, laddove la società si è fatta persona facendo dei processi economici, più che sociali, la propria linfa vitale. E allora ognuno di noi è improvvisamente diventato ingranaggio, utile ad un fine che non è il proprio, e da manutenersi solo nel momento in cui fosse vicino ad un punto così critico da mettere a rischio il funzionamento della macchina tutta. Il bivio davanti cui ci troviamo ci permette due strade, quella di un ritorno alla cultura e all’amore del sè, e quella del totale abbandono alla distrazione intesa come felicità, e all’alienazione intesa come normalità.

C’è davvero qualche dubbio a proposito della strada che, alla fine, sceglieremo?

No, chiaramente no. Siamo così distanti dalla cultura che un ritorno ad essa, con la stessa forza con cui ce ne siamo allontanati, è inevitabile. Il mondo è infelice, la gente è al limite massimo dell’abbruttimento da piattume intellettuale, e laddove non sono più peste e carestie a fare stragi, depressione e disturbi alimentari ne fanno le veci con risultati tanto spaventosi quanto incalcolabili.

Che cosa c’entra la musica con tutto ciò? C’entra, eccome. Perché ce ne ha messo di tempo, ha resistito strenuamente, ma ha alzato bandiera bianca alla fine. Ha fallito, è stata decisamente sconfitta e giace in un angolo morente.

I musicisti emergenti – italiani nella fattispecie – sono destinati a non emergere, perché non ne sono all’altezza.

E con questa frase dovremmo chiudere i battenti qui a Stunrise e dovrebbero farlo di conseguenza pressoché tutte le webzine e le testate giornalistiche di settore. E, perché no? Anche i negozi di musica. E invece no. Stunrise è figlio di questo fallimento. Stunrise è un altrove. E’ un luogo in cui di un fallimento si è fatto tesoro come fosse una fiaba per bambini, di quelle che a forza di ascoltarle alla fine impari una lezione importante.

Crisi significa cancellare il passato, tenendolo presente, per rifondare un futuro nuovo. Un futuro che esca dal tremendo circolo vizioso per cui sì, lo ripeto, la stragrande maggioranza delle band emergenti (o dei solisti) non è all’altezza del salto di qualità.

Perché dico questo? Perché per fare un vero salto serve un investimento. Di tempo, di denaro e di vita. La musica non è una scelta da “sala prove la sera dopo il lavoro d’ufficio”. La musica è una scelta e basta, che non ammette piani B.

Se vuoi fare musica impugni uno strumento dalla mattina alla sera, come una suora veste l’abito ed un eremita la solitudine.

Questo significa che tutti i giovani musicisti sono degli inconcludenti fannulloni destinati a marcire in quell’ufficio che per ora ancora considerano una temporanea sicurezza in attesa dell’esplosione musicale?

La risposta è no. Non è così. Ho conosciuto musicisti bravi e meno bravi, ma nessuno dei essi, o quasi, era un inconcludente fannullone.

E allora perché sono destinati a fallire?

  1. Perché per primi sono i musicisti stessi a non investire su su di sé. E’ sempre un’altra la priorità della loro vita, dalla scuola al lavoro, e non potrebbe essere altrimenti. Questo mondo, questo paese, ci ha insegnato che di musica, e di arte in generale, non si vive. Si vive di prostituzione intellettuale, e del sacrificio totale della propria umanità al massimo, chiusi come sardine in un ufficio a lavorare giorno e notte, o attaccati ad un cellulare ad ogni ora, reperibili come fossimo tutti chirurghi.
  2. Se i musicisti non investono su di sé in quanto tali è perché nei locali si viene pagati a pacche sulle spalle quando va bene, e per arrivare a suonarci ti devi produrre l’EP, poi l’album, poi i videoclip, tutto a tue spese. E se non hai i soldi? Suoni al compleanno di tua cugina. Se non hai una cugina? O se le fa schifo quello che suoni? Mistero (cit.).
  3. Se i locali non pagano i musicisti, nella maggior parte dei casi ci sarà un motivo. Ogni tanto è per mera taccagneria, di solito è perché nei locali, la band che suona, a dirla tutta, dà fastidio. E’ una mentalità molto italiana, specialmente al nord. La musica dal vivo, a meno che tu non sia Vasco, Ligabue, una loro cover band oppure un DJ, non interessa, non più. Milano ha visto nel passato esempi di locali diventati famosi e di successo per aver fatto cantare quelli che poi diventeranno i cantautori classici. Ma se da un lato dei loro successori, a livello di qualità, non si vede l’ombra (e qui si ritorna al punto 1, che ci riporta al 2 e di nuovo al 3, e via col circolo vizioso) dall’altro, anche ci fossero (e sono convinto che nascosti, a cantare in uno scantinato, ci sono) non li vuole più nessuno.
  4. La musica è fuori moda? Probabile, in qualche modo è così. La musica da ascoltare con attenzione, dai testi REALMENTE poetici (con buona pace di Checco dei Modà e della sua Muchacha…) in forma e contenuti è sparita dal mainstream per lasciar posto al grido violento dell’amore tradito nel migliore dei casi o ad “il mondo fa schifo, tu fai schifo, io faccio schifo” del cantautore indie, se non alle liriche standard del rapper medio sempre invischiato in questioni di figa, droga, party e onore.
    Perchè è successo questo? Perchè questo è ciò che “democraticamente” desidera la massa, ed è questo che “democraticamente” spingono stampa, tv, case di produzione. Ma la democrazia, con l’arte, non avrebbe mai dovuto avere niente a che fare. L’arte di qualità è aristocratica, lo è sempre stata, e nel suo essere una nicchia, lo rimarrà sempre. Laddove aristocrazia è intesa nel senso letterale, ovvero governo dei migliori. L’arte reale è sempre stata, ed è ancora, discorso per pochi, per i migliori, quelli che ad un talento innato fanno seguire applicazione, impegno e sacrificio. Mozart non poteva essere chiunque di noi. Di talenti come lui, in tutto il mondo, ai suoi tempi, ne saranno nati cento. Che si siano applicati come lui, tra quei cento, c’è stato solo lui. Di tutti gli altri milioni di esseri umani dell’epoca, chiunque si fosse applicato quanto Mozart, nessuno sarebbe stato lui. Arte è talento ed applicazione, ed entrambe sono conditio sine qua non.
  5. Cosa fare in una situazione così? Bisogna provare e riprovare, bisogna parlare delle band emergenti, di chi ci prova, di chi un po’ ci riesce e anche di chi va solo contro un muro. Qual è il risultato? Che la recensione del gruppo giovane, anche a fronte di fanbase di diverse migliaia di utenti su Facebook o su twitter, la leggono in 20. In 20. E invece, la lista tipo “i 10 gattini più pucciosi del web” ottiene milioni di views. Internet is for porn, insegna il saggio, e dopo il porno ci sono i gattini, ok. Ma la stampa cartacea è morta o moribonda, tutto ciò che rimane è l’internet per la diffusione di cultura. Come la mettiamo? Diventiamo tutti maniaci del porno e dei gattini o iniziamo a darci una regolata? La risposta reale, democratica, e largamente condivisa è: maniaci del porno e dei gattini.

 

La musica ha fallito, ultima postazione difensiva di una cultura che voglia essere di massa. Sono tempi bui, e non è facile retorica, è mera osservazione pratica di un mondo in cui si vogliono risolvere i problemi distribuendo 80 euro mensili alle famiglie affinché possano comprare più schifezze ai propri figli. Il mondo va ricostruito dalle basi, e le basi affondano le radici nella cultura e nella scuola, oggetti alieni alla nostra società, che insiste a gridare al marcio vedendolo negli altri invece che in se stessa. Non si tratta solo di far ripartire i consumi, si tratta di educarli affinchè siano verso gli oggetti giusti, materiali e spirituali. E la musica, la musica e la letteratura, sono quegli oggetti spirituali in grado di salvare un’anima, quegli oggetti spirituali verso i quali non investire significa uccidere ciò che ha fatto della società occidentale la patria del buon vivere. Sia chiaro che a parlare di spirito e anima è un ateo convinto, quindi lungi da me ogni tentativo di catechizzare chi legge. Sono termini che significano intelletto e mente. E l’intelletto e la mente, lo spirito e l’anima, sono la casa della musica, della letteratura e della felicità. E la felicità, in questa vita, è tutto ciò che possiamo cercare.

Dal fallimento della musica, dell’arte, nasce Stunrise.
Stunrise vuole essere una casa per tutti quelli che ci vogliono credere e vogliono fare, cercare nuove vie per comunicare il bello e la bellezza. Stunrise è un progetto che vuole crescere in qualità prima che in visualizzazioni e notorietà. E muove passi lenti, lentissimi, ognuno figlio di studio e di riflessione, affinché anche un passo falso in qualche modo serva. Stunrise non vuole insegnare niente a nessuno, ma vuole discutere con tutti coloro che abbiano qualcosa da dire, ma prima di tutto, sappiano di cosa parlano. Stunrise vuole mettere la musica nei posti più inattesi e inaspettati, poiché sorprenda e colpisca.

A fronte di tutti questi obbiettivi, detto che ancora non si è visto nulla di ciò su cui lavoriamo davvero, la speranza è quella di riuscirci, di riuscire ad essere quel nuovo che colpisce, che meraviglia. Perchè figa, soldi, auto e gattini sono belli eh. Ma hanno anche un po’ rotto le scatole.




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