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Kate Canova @ Rock and Rodes Festival

Forse a molti questo nome non dice nulla, ma altri potrebbero averlo già sentito, perché questo festival gratuito, che si tiene ogni anno in agosto a Piateda in provincia di Sondrio è giunto alla diciottesima edizione. Sul palco si alternano band locali e band da fuori, nomi magari ai più sconosciuti o quasi, come Giorgio Canali e Rossofuoco, Radici nel Cemento, Tying Tiffany, ma la lista è lunga ed i generi vari.

Il festival fa da calamita per tutti gli appassionati di musica, ma anche no, della Valtellina, e anche no. Si tratta di tre serate, in cui “noi del posto” andiamo sul sicuro, perché alla fine ci saranno un po’ tutti. Mi ricordo che quando ero adolescente (l’altro ieri, direte voi, e invece sette anni fa, avevo 15 anni!) avevo una mezza cotta per un ragazzo che avevo conosciuto su msn (ve lo ricordate? Altro che Whatsapp) e mi aveva detto che sarebbe venuto alla serata finale, sabato. Invece a sorpresa si era presentato alla prima, mi ricordo la scena come se fosse, appunto, l’altro ieri,

vedo questo ragazzo tra la folla, lui mi vede, tutto il mondo inizia ad andare al rallentatore e i suoni si spengono, lasciando spazio solo al battito del mio cuore…

Sì, insomma, poi lui aveva la ragazza e non è mai successo niente, però posso giurare che andò davvero così, e comunque penso che ogni valtellinese abbia almeno una storia emozionante da legare al Rock and Rodes, sul palco o sotto il palco.

La prima serata parte col piede sbagliato: uno dei gruppi ha un contrattempo ed all’ultimo è costretto ad annullare. Ad aprire le danze sono gli Stambek, dall’alta valle; ragazzi simpatici che fanno un rock ballabile e senza pretese. Durante la performance il cielo butta anche giù qualche goccia d’acqua, così, tanto per dimostrarci che alla fine comanda ancora lui, ma il pubblico non demorde anche perché la location è ormai attrezzata con tendoni vari. La seconda band ad esibirsi sono i L UM E, progetto che vede alla batteria Franz Valente, de Il Teatro degli Orrori. La pioggia ha smesso di cadere lasciando un freddo che è tutto tranne che estivo, ma il pubblico è scaldato dal “ghost-alternative rock” dei L U M E, che spaziano tra atmosfere a tratti dance, un po’ oniriche. L’unica costante, ed anche l’unica cosa che personalmente mi ha rimbambita, è la massiccia quantità di effetti utilizzati per la voce di Anna Carazzai, con molto riverbero, troppo riverbero: non dico che non sia un bell’effetto, però personalmente ne avrei ridotto l’utilizzo. La serata si chiude con i Trioladro, una delle band più longeve della Valtellina, che propongono un repertorio di cover rock / blues. Nel mentre, la pioggia smette di cadere, il pubblico si scalda.

Il venerdì sera le band in scaletta sono più numerose e si inizia prima: si parte sul palchetto coperto con i Frau Blücher, valtellinesi al loro esordio live che propongono un grunge / stoner con alcuni passaggi notevoli, come stacchi e soli, ma che nel complesso risultano un po’ poco dinamici; comunque una buona partenza. Passiamo al palco principale con i The Wasted, trio valtellinese che suona un indie / alternative rock, forse non proprio innovativo, ma che pare piacere al pubblico che li ascolta volentieri. Piccola nota: il batterista classe 1999. Il resto della serata in realtà è un po’ confusa, credo sia colpa del gruppo successivo in scaletta: gli His Electro Blue Voice fanno … Cosa fanno? Io ero sotto il palco con gli occhi spalancati, un’ansia incontenibile e la sensazione che stessero suonando la stessa canzone da parecchio, direi che “noise” è l’unica definizione che posso dare. Il pubblico si divide: sotto il palco li amano, sotto i tendoni li detestano. Gira voce che qualcuno abbia anche cronometrato un Mi della durata di 12 minuti.
Seguono Il Buio, che in Valtellina ormai sono di casa: sono stati invitati per due volte al circolo Arci di Talamona. Il pubblico però non è stufo di ascoltarli: canta le canzoni a memoria, poga, urla.
Con gli His Clancyness la situazione si raffredda leggermente, per una serie di circostanze (vedi: ha ricominciato a piovere, il genere – indie un po’ naif alla David Bowie –). La serata si conclude dove era iniziata: sul second stage con i Dags! che allietano il pubblico con uno screamo/emocore vecchio stampo che continua a funzionare. E buonanotte.

Sabato, ultima sera: ci si aspetta il meglio. Si parte con Mindfreak Legion, un progetto inizialmente rap, a cui si sono aggiunte una seconda voce, un chitarrista con il metal addosso e un batterista a cui piace pestare: il risultato è notevole, i ragazzi sono tutti valtellinesi del ’95 e le idee, con qualche accorgimento, davvero buone. Sul palco principale attaccano i Lonely Hearts, che con il loro rock/blues tecnicamente buono ma un po’ asettico non riescono a catturare l’attenzione del pubblico. Va meglio ai The Gluts, che forse perché il cantante è fuori di testa (urla, rotola, suona il tamburello, bacia il pavimento), forse perché la bassista è gnocca, o forse –auspicabilmente- perché hanno creato delle belle canzoni punk/psichedeliche, attirano la folla sotto al palco. I Last Killers fanno ancora meglio, con il loro look alla Ramones di oggi e le loro canzoni allegre scatenano il pubblico: assistiamo anche a uno stage diving. Il batterista non è relegato in fondo come in tutti gli altri casi, è in mezzo tra chitarrista e bassista e, ragazzi! Quella posizione se l’è meritata.
È questa l’atmosfera che regna quando salgono sul palco i Monaci del Surf, un nome un programma. 4 musicisti mascherati che propongono cover di ogni tipo, riadattate in chiave “surf-rock”, so they say. Il pubblico apprezza. Bravi.
Finiscono di suonare, la serata sembra conclusa. E invece, la rivelazione. Sento una musica elettronica che mi attira, mi avvicino al palco, e così anche molti altri che come me si erano allontanati dalla zona live. Sul palco ci sono: un ragazzo incappucciato chino su un discreto numero di apparecchi elettronici, e un altro ragazzo intento a suonare la batteria. Sono i We are not afraid, che alle 2AM riescono a far ballare i superstiti a suon di elettronica e techno, nonostante il meteo abbia deciso di intromettersi: diluvia, eppure noi restiamo lì, anche alla fine della performance, bis, tris… Gli organizzatori sono costretti a spegnere le luci sul palco.
È finita così?
Ovvio che no, sotto ai tendoni stava già nascendo una nuova band tra chitarristi improvvisati, percussionisti di secchi e bottiglie, cantanti inventori di parole. E mentre albeggiava in fondo tutti un po’ pensavamo a cosa ci riserverà il Rodes 2015.




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