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Ritorna Karaoke, 20 anni dopo: ce n’era bisogno?

Non serve un palato poi così fine per comprendere subito che Pintus non è Fiorello. Eh, no, non è un commento nostalgico stile “non ci sono più i presentatori di una volta”, è realtà. Non è una questione solo tecnica, non c’è una ricetta che Rosario seguiva meglio di quanto faccia Pintus, qui si parla di fattore X. Fiorello era un fenomeno, e lo era per il timbro della voce, per l’umorismo, per l’aspetto, in due parole, il savoir-faire. In più il programma, Karaoke, interpretava lo spirito del proprio tempo, in quella sbornia da celebrità che la TV commerciale di Berlusconi proponeva sempre più insistentemente ad un pubblico che non chiedeva altro.

Karaoke era la realizzazione del quarto d’ora di celebrità di warholiana memoria: un successo assicurato.

Erano gli anni di Tangentopoli e della svalutazione della lira, gli anni di Di Pietro che rottama la partitocrazia (beata ingenuità) e del divo Berlusconi che promette fiumi di latte e miele ad un popolo che lo avrebbe seguito (anzi, lo seguirà) fino all’inferno anche solo per aver sdoganato la “figa” (pronunciata con accento milanese) in TV. Sono anche gli anni in cui per diventare valletta o soubrette si scendeva a qualsiasi compromesso – tempi che non sono ancora passati evidentemente – specialmente se sessuale. Non serviva un pool di esperti della comunicazione – quelli che invece Berlusconi scomodò per creare Forza Italia – per comprendere che ogni signor nessuno dotato di pollice opponibile e di una voce anche appena udibile avrebbe fatto carte false per cantare di fronte a 4 milioni di spettatori (share medio della trasmissione all’epoca).

Fu un successo di enormi proporzioni.

Beh, siamo nel 2015, un po’ di cose sono cambiate. Fiorello non è più un personaggio da preserale di Italia 1, nè ha particolari eredi in grado di sostituirne la freschezza. Ma, soprattutto, non siamo più nel 1992. L’Italia è cambiata – dovrebbe esserlo molto di più, ma la rivoluzione anti-culturale di Fininvest ha picchiato duro, tanto che siamo un paese con un analfabetismo funzionale a livelli critici – e la penetrazione della TV estera ha portato ad un innalzamento degli standard qualitativi nella testa delle nuove generazioni. Chi, sotto i 60 anni, oggi come oggi, guarda più “Don Matteo” o “Un medico in famiglia” quando ci sono “Breaking Bad” e “House of Cards”?. Chi, che non sia nato nella prima metà del ’900, può ancora preferire una qualsiasi trasmissione di ricette made in RAI una volta visto Masterchef? Come si può pensare che un palchetto semplice montato in mezzo alla piazza di un paesino qualsiasi con gente a caso che canta canzoni a caso possa competere con la versione di Sky di Italia’s Got Talent dotata di stage magnifici, regia da cinema e conduttori da 10 e lode?

La TV commerciale di mediaset si trascina stancamente ancorata ad un sistema di format vecchi, personaggi vecchi e stereotipi scaduti su un paese arrivato al punto che o cambia o muore

Sky, con due canali in chiaro come Cielo e SkyTG24 inizia a sfondare la barriera del “è roba per ricchi” – anche grazie allo streaming pirata – e porta ad un innalzamento degli standard qualitativi nella testa, quantomeno, delle nuove generazioni. Il vinaccio offerto da Fininvest e RAI e bevuto per 20 anni dal pubblico italiano inizia a sapere un po’ troppo di aceto, specialmente rispetto a quel Dow Vintage Port contrabbandandato sempre meno di nascosto dalla concorrenza.

Karaoke, splendido ricordo di un’epoca che non c’è più, oggi come oggi non sembra altro che un triste tentativo dell’ancien regime di tener botta, senza sforzo né uso d’ingegno, ad una rivoluzione pop-culturale che lenta lenta inizia a penetrare le maglie di una società ancora “vecchia” e tradizionalista nei suoi gusti, usi e costumi come quella italiana

Insomma: Pintus non è Fiorello. Ma il problema è che non è questo a fare la differenza in negativo.  È tutto il resto.




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