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Intervista a Maria Antonietta @ Home Festival 2014

Intervista a Letizia Cesarini, in arte Maria Antonietta, che con il suo secondo album Sassi, pubblicato da La Tempesta, si sta ritagliando un meritato spazio all’interno dell’affollato cantautorato indie rock. Una musica nella quale, però, lei non si riconosce, perché spesso fatta senza poetica e attitudine. Ragazza dolcissima e persona vera, a fronte di poche domande poste quasi più con gli occhi, ci ha risposto rilasciando dichiarazioni sorprendenti.

Prima domanda: come ti sei trovata qui all’Home Festival?

Suonare qui all’Home è stato molto bello, mi è sembrato un festival super curato e organizzato con molta attenzione per le persone, siamo stati accolti in una maniera veramente bella. Quando già umanamente ti senti accolto in un posto, suoni anche meglio, almeno, a me fa questo effetto. E poi è stata un po’ anche una soddisfazione suonare all’interno della serata con i Bluvertigo perché è stato il primo concerto che ho visto nella mia vita quando avevo tredici anni, nel 2001.

Tredici anni fa!

Sì, insomma, è stato un po’ strano trovarsi a suonare nella stessa serata con un gruppo che comunque ha avuto un ruolo nella tua crescita, nella tua adolescenza, sono un po’ nella tua mitologia personale. Dai è stato proprio bello, sono molto contenta di tutto quanto.

Personalmente mi è piaciuto un sacco che avete osato su alcuni suoni più sul reggae, che non sono vostri, nelle vostre corde. Da dove è venuta questa cosa?

Ma in realtà ti dico, io ascolto solo reggae e il bassista ascolta solo reggae.

Il bassista si capisce! (Marco ha dei dreadlocks lunghissimi)

Sì, e il batterista anche, nel senso che viene dal punk però suona anche in un gruppo reggae.

Stiamo parlando del reggae roots, ’65­-’70?

Sì, ci piace molto, diciamo che sicuramente l’aver frequentato i ragazzi, che adesso sono amici miei nella vita, persone che ascoltano altre cose, ti fa imparare molto, ti fa scoprire gruppi fighi. Ormai è un anno e mezzo che ascolto solo reggae, è la musica che mi piace di più al momento, quella che mi arriva più di tutte, e quindi quello che salta fuori nei brani a livello di arrangiamento sono tutte cose che ci sono venute spontanee, che poi si sviluppavano insieme per il live. Però sì, avrei voluto pensarci prima per registrarle così, perché maledizione mi piacciono, mi piacciono molto.

Ti aspettavi il riscontro che avete avuto quest’estate?

Il tour sta andando molto bene, ci sono state delle bellissime date, bellissimi posti e comunque sì una bella risposta da parte delle persone.

Merito di Sassi? Un disco molto secco, molto asciutto.

Minimalissimo, e molto vuoto se vuoi. Però è quello che avrei sempre voluto fare, ho cercato le persone adatte con cui farlo e ho trovato anche una mia sicurezza. Perché a volte tu nella testa hai tutto un mondo, però tirarlo fuori, trasformare i brani e dargli la veste che tu esattamente hai in testa, non è facile, sono cose che impari negli anni. Ecco, mi serviva del tempo per maturare una visione più precisa di quello che volevo fare. E questo disco l’ho fatto esattamente per come volevo io, e a volte fare le cose esattamente per come le vuoi tu significa anche fare operazioni controproducenti, no? Però a me non me ne frega nulla, anzi, ti dico, forse avere fatto il disco vecchio, essere stata fuori a fare i concerti, mi ha fatto proprio capire che le volte in cui tu ti senti più felice sono le volte in cui senti che hai fatto esattamente quello che tu volevi fare, al di là dei ragionamenti, o al di là di quello che gli altri possono consigliarti. Che ci sta anche, però tu sai benissimo quello che è giusto.

In base all’istinto, coltivare una parte di sé stessi.

Esatto, in maniera anche molto, se vuoi, da eremita, nel senso che nella relazione con gli altri penso che tu, come ognuno, dentro di te hai molto chiara la direzione, solo che a volte magari non hai o il coraggio o la chiarezza sufficiente per metterla in pratica. Però una volta che l’hai capita è da stupidi non seguirla e quindi ho fatto questo disco nella libertà proprio anarchica più totale.

Nel senso della costruzione dei brani,di ciò che hai tenuto o meno?

Nel senso che ad esempio ho la registrazione di un brano che avevo fatto col mio Mac, col mio computer a casa, così, cioè, la prima volta che l’ho suonata e ho tenuto quella. Siamo andati a registrare in una casa e non in uno studio, ho preso su tre amplificatori i pezzi, siamo venuti in macchina a Natale a Padova per prendere delle cose, cioè in maniera proprio folle, folle, però alla fine ecco sono molto soddisfatta.

La costruzione non è solo della musica, ma di tutto quello che sta attorno alla musica, è un fatto di gruppo, di persone.

E quindi no, ecco, non lo davo per scontato affatto che ci fosse una buona risposta, poteva esserci una pessima risposta, però avrei avuto un disco che mi piaceva.

La risposta è stata buona, ho visto che avete fatto un sacco di date durante l’estate.

Sì penso che da marzo ne avremo fatte, boh, una settantina.

Ecco, fare sessanta, settanta date, lo stare in tour per tanto tempo, so che diventa abbastanza faticoso. Voi come vi trovate?

Io mi trovo molto bene, sono tendenzialmente una che accusa molto, a livello proprio fisico e psicologico, il suonare i brani, perché per me ogni volta cantare quelle cose è molto faticoso e tante volte mi sovraccarico tantissimo che a un certo punto esplodo. Avere attorno a me delle persone che, oltre a volermi molto bene, fanno parte della mia vita al di là della musica, è una cosa bella che mi dà delle soddisfazioni. Però prima vengono le persone, il mio fidanzato, i miei amici, quelli che mi vogliono bene. Quindi sicuramente condividere con questo tipo di persone il tour alleggerisce tutto quanto. Quando sei stanco e, così, un po’ meno desideroso di dare, comunque la porti sempre a casa!

Poi l’essere musicisti veri comporta proprio fare questa cosa nell’insieme di altre cose, che si riflettono poi nella musica. È la vita che ti dà delle sensazioni, se no è anche difficile secondo me. Voi, come persone, come gruppo, vi rapportate sempre come amici in tutte le situazioni?

In realtà da un lato l’ho sempre voluta questa cosa di essere in solitaria, perché comunque scrivo i brani e nel tour mi accompagnano delle persone, che in realtà sono sempre cambiate, e quindi non ho una band fissa. Io suono coi ragazzi da marzo, ed è poco perché le band si costruiscono negli anni, insieme, e si rodano negli anni. Quindi da un lato questa cosa è una necessità perché non mi sento così capace di scrivere insieme agli altri o di fare determinate cose insieme, faccio fatica, e ho sempre voluto mantenere il mio progetto in solitaria. Per ora faccio fatica, poi magari succederà che a un certo punto avrò necessità e sarò brava a scrivere con gli altri. È una cosa difficile da gestire, perché trovare delle persone con cui ti trovi bene, con cui suoni bene, che ti piacciono, con cui hai un rapporto, e con le quali comunque devi passare tanti mesi insieme, però non sono la tua bando…è strano, perché poi sono tutti molto bravi e hanno altri progetti, altre cose, quindi anche logisticamente è da pazzi. Però ti dico, quest’anno sono molto contenta di avere trovato questo equilibrio.

Quanti km avete fatto per trovare tutto questo equilibrio?

Molti molti, non saprei quantificarli, però molti.

Cosa ne pensi della musica emergente italiana, cioè come ti ritrovi in questo panorama?

In realtà, ti dico, mi sento abbastanza sola. Non mi sento di appartenere a nessun tipo di scena, di ambiente, e non mi sento vicina a nulla in particolare, ma non perché sia migliore o peggiore di nessuno, semplicemente perché, così, ho una mia visione e, non sento alcuna fratellanza con qualcuno in particolare. Un gruppo che amo moltissimo sono i Dadamatto che sono poi il gruppo di Marco Imparato, che è il ragazzo che ha prodotto il mio disco. Ecco due gruppi che secondo me sono molto coraggiosi e hanno una loro visione, una direzione precisa sono appunto di Dadamatto e i Chewingum, e la cosa bella è che appunto uno è il mio fidanzato e uno suo fratello, e sembra che lo dica perché con loro ho questo tipo di rapporto però non è così, perché in realtà sono anche troppo lucida nel dire questo. Sono molto coraggiosi e fanno delle cose che, come dire, sincere, e questa è la cosa più rara che ci sia secondo me.

Io ho notato che nelle jam che avete fatto alla fine, non solo nell’ultimo pezzo, si vede che avete suonato tanto. Il suono era trasportato in una cosa vostra, anni ’70­-’90, una situazione molto potente. Le provate queste cose, in studio?

Diciamo che durante il tour non facciamo prove, le abbiamo fatte prima, un periodo, però durante il tour le cose le provi se devi provare delle variazioni, delle cose che fai al concerto. Devi essere il più libero possibile dai e non fossilizzarti su una cosa e fare sempre quella, a pappagallo.

Tornando sugli ascolti, io so che della zona di Pesaro, Senigallia, c’è un sacco di rockabilly e garage. Siete stati influenzati in parte da questa scena, o no?

Ma in realtà io sono sempre stata appassionata di cose estere, non ho mai seguito tanta musica italiana, nella mia adolescenza. Ero molto orientata su tutti quei gruppi femminili dei primi anni ’90, come le Bikini Kill, Sleater Kinney, e mi piacciono queste cose qui, e sono anche la mia radice più profonda. Poi su quello costruisci altro, però, se devo dirti, l’attitudine quando faccio le cose è quella, molto diretta, molto cruda.




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