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Intervista a DJ Ringo @ Home Festival 2014

In una delle rare pause dell’Home Festival, siamo riusciti ad intercettare DJ Ringo, presissimo in una discussione con un organizzatore. Dopo un breve incontro con alcuni fan, l’abbiamo fermato per capire come sta vivendo quest’evento e i motivi della sua discussione.

Home Festival 2014: le foto

Intervista punk ­rock velocissima, tre domande a Ringo. Ho visto che stavi discutendo con un organizzatore sulla line­-up, indicando i cartelloni: il nome di Marky Ramone più piccolo di quello di Clementino?

Certo, han fatto un harakiri pazzesco, Clementino che cosa fa? Avrà 200 persone sotto il palco! Va beh, sono errori di valutazione, cresceranno anche loro. Anche perché con Marky c’era Piero Pelù come guest.

Ma a parte quello, rimane il fatto che sia qualcosa di suonato, oltre che di storico, in confronto ad una cosa che non lo è. Con tutto il rispetto per Clementino, che adesso ha un certo hype e gira parecchio.

Io pensavo fosse un frutto… (ride, ndr)

Seconda domanda: è difficile organizzare un festival di queste dimensioni? Come ti è sembrata la situazione? Al di là dei vari problemi.

No va beh, a parte la sfiga del tempo ci sono stati errori di gioventù nel valutare, nel programmare le serate. L’anno prossimo mi sa che vado a fare il direttore artistico così gli metto a posto un po’ di cose.

Per la posizione dei palchi e degli orari?

Certo, ci sono un Palco A e un Palco B, ho visto gente sul Palco A con 200 persone davanti al palco. Quando hai un main stage, ci devi mettere gente che sai che con la musica ricopre il valore di quel palco. Se no non funziona, non è la stessa cosa. I valori nella vita non li ho inventati io, ci sono. Cioè Maradona è una cosa… Pinco Pallino al pallone è un’altra.

Direi che l’esempio calcistico funziona. Terza domanda, ripartiamo dai Ramones. Sappiamo che sei uno straappassionato di rock’n'roll e che hai un background immenso, ma, secondo te, dai Ramones i ragazzi possono ancora recepire veramente cosa significa formare una band? Del concetto di inventarsi un suono, in questo caso “one­-two-­three-­four”?

Questo non lo so, sono tante le band, un po’ troppe quelle che fanno tribute. Dovrebbero imparare a comporre, va bene fare delle cover, le adoro anche io, però imparare a comporre pezzi propri. Poi uno può fare del rock’n'roll a 300 all’ora come i Ramones o ballate alla Alanis Morissette, ma c’è da capire che la musica è composizione, è scrivere testi, testi che diano un messaggio, un’idea, se no fai la fine di questi rapper che continuano a dire le stesse cose perché fanno rima. Ma il messaggio dov’è? E poi esser musicisti vuol dire saper suonare, avere studiato musica, quindi comporre, comporre arte.

Essere connessi a un concetto di arte che sia legato al fare?

Assolutamente. C’è chi è più bravo e meno bravo, chi ha talento o meno, però partiamo dal concetto di base che fare musica è arte, quindi mi aspetto un lavoro di fondo, di produzione, di scrivere testi, voglio vedere un lavoro. Poi ripeto ci sarà chi è più in grado di colpirmi, ma anche a voi, no? Magari qualcuno colpisce me e non colpisce te e viceversa, la musica è soggettiva, come tutta l’arte.

Tornando a quello che dicevi prima, sul fatto di dover fare qualcosa veramente, anni fa ho visto Assalti Frontali con la Brutopop band, o Roni Size col gruppo live, con un batterista e un bassista che facevano le stesse cose del disco, a una velocità fotonica! C’è differenza tra questo e mandare solo un loop (pur apprezzando la classe di Ty One,che lavora col vinile)?

C’è una scuola di base, che è quella di studiare e provare. Poi uno può essere anche un autodidatta, qual è il problema? Io ad esempio sono un autodidatta.

Però quello che fa la differenza sono la quantità di ore, quanto uno ci lavora e…

E non ti dimenticare la quantità di passione.

Il fuoco.

Sì, il fuoco dentro.

 

 

Intervista realizzata da Gerardo “Gerry” Valentini




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