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Il mestiere più antico del mondo: il batterista

Analizziamo i membri di una band. Il cantante è il cantante, il front-man, quindi è fondamentale. Il chitarrista non ne parliamo. Il bassista è al limite: sorvolando su quelli che non sanno che non sta suonando una chitarra, è salvato dal detto “quando c’è non si sente, ma quando non c’è si sente”, e poi dai, è lì davanti, si vede. Poi tastiere, trombe, ukulele, sitar, triangolo e via discorrendo.

In fondo all’elenco (e al palco) troviamo lui: il batterista.

Avete presente quel losco figuro nascosto dietro quelle cose rotonde di metallo che fanno macello e dietro a tutti quei, come li chiamano spesso, tamburi? Quello che non compare mai nelle foto dei concerti a meno che la fotografa non sia la sua ragazza?

Andiamo con ordine. Così come per quello che è ritenuto il mestiere più vecchio del mondo, anche il primo esemplare batterista delle caverne passava le sue giornate a battere. Batteva ogni cosa che trovava: tartarughine, sassi, legni, donne colpite con la clava. Ma nel corso dei secoli il batterista si è evoluto: intervallava gli “augh” ai pellirossa, dava la carica durante le battaglie, fino a tornare indietro di molti secoli nella scala evoluzionistica grazie ai tamburellatori da stadio che, non contenti dell’aulicità dei loro cori shakespeariani, mischiano il tutto a colpi a caso di grancassa o rullante. Oggi esistono diversi tipi di batteristi e sono tutti accumunati dal fatto che quando trombano usano le chiappe della dolce metà per tenere il ritmo con le mani. Ammesso che trombino, ovviamente, e non siano in sala prove.

Il batterista di una band lo riconosci subito: è quello che in genere arriva per primo ai concerti e si presenta con in mano più borse di un vu cumprà sulla riviera romagnola.

O almeno, in teoria dovrebbe essere così, ma in realtà schiavizza i colleghi musicisti mentre lui cerca l’accordatore, per poi fare segnali luminosi per fare atterrare la borsa delle aste, quella che per sollevarla ci vogliono insieme 7 persone di cui 2 bodybuilder e Chuck Norris. Scaricata tutta la roba (nel frattempo è cresciuta la barba a tutta la band, donne comprese) si passa al posizionamento della batteria: goniometro, livella, righelli e squadre sono solo alcuni dei supporti utilizzati. I più accorti, per individuare l’ ubicazione perfetta di ogni piedino, hanno posizionato dei segni sul tappeto, che naturalmente è un persiano da duemilaottocento euro che all’occorrenza può volare.

Lo sgabello l’ha rubato dalla prima classe di un volo Etihad, è più morbido del popò di un bambino e più pesante di Platinette, e costa come la parrucca di quest’ultima. Poi prende una valigetta più grossa di lui e tu nella tua testa pensi “ok adesso tira fuori un Kalashnikov e mi ammazza” e invece no, è il doppio pedale. Anche se suona jazz, il doppio c’è sempre.

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Keith Moon in un selfie d’avanguardia

La fase successiva è l’accordatura. In quei trenta, quaranta minuti accorda tutto, anche le bacchette (signature “Dio”). Dopo quarantadue minuti di scelta dei suoni è pronto per il check con il basso, momento ideale per creare tempi e ritmi mai sentiti prima da orecchio umano, tipo che il bassista si guarda intorno con la faccia da “do-dove sono, cosa sto facendo?”. Finito il check prende i suoi piatti e se ne va, perché se per due secondi lo stronzo del batterista d’apertura li usa c’è il rischio che sia il suo ultimo giorno di vita, e se usa i piatti del batterista di apertura c’è alto rischio di prendere qualche strana malattia venerea.

Prima del live il batterista lo riconosci perché si scalda battendo su qualunque cosa dotata di rimbalzo idoneo: durante questa fase state molto attenti a non eccitarvi perché potrebbe usare anche la vostra dote. Il concerto è abbastanza scorrevole per il batterista: non parla, nessuno gli fa foto, suda sette camicie e col sudore intanto lucida i piatti.

Se è simpatico rompe i coglioni con fill strani mentre gli altri membri della band parlano. Se è antipatico anche.

Per molti, se il batterista fosse un Pokemon sarebbe Magikarp: più inutile dell’apparecchio di Ronaldinho. In realtà, provate a immaginare un concerto, una canzone senza di lui. Non è così semplice, vero? Beh, ai live invece sembra che ci si dimentichi di lui facilmente. E lui se ne accorge, anche da dietro i suoi 600 euro di piatti.

Ora scusate, ma devo andare a battere.




C'è 1 Commento

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  1. Matteo Allegra

    Non sono proprio un batterista, suono principalmente la chitarra, ma mi diletto di batteria con un gruppo e conosco diversi batteristi che ho visto dal vivo.
    Devo dire tutte descrizioni molto precise e analisi psicologiche perfettamente azzeccate.
    Davvero, mi hai fatto morire a più riprese ridendo e battendomi le mani sulle cosce in 7/8.


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