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Home Festival 2014 – Il Diario di Milena

Ore 00.37 del 4 settembre. Abbiamo ufficialmente il pass.

Ore 23.45 del 7 settembre. Credo di essere ufficialmente una persona fortunata.

A Treviso c’era l’estate. Quella del caldo e degli acquazzoni che ti costringono sotto un gazebo arancione, con persone che cercano di sorreggerlo e quelli sotto che sdrammatizzano con “.. Speriamo non vi puzzino le ascelle!”.

Home Festival. Quasi un piccolo paese. Che come tutti i paesi ha i suoi problemi. Un’organizzazione che si batte con la burocrazia italiana e con i dirimpettai che si lamentano del rumore oltre le 23. Il meteo che fa un po’ quello che vuole, e che in particolare quest’anno ha battezzato praticamente tutti i festival italiani, facendo ritardare quando non addirittura saltare fior di concerti.

Beh comunque ci siamo entrati, in questo paese. La prima sera mi sentivo quasi una bambina che va per la prima volta alle giostre. Un po’ l’atmosfera era quella (c’erano davvero le giostre), un po’ ero esaltata dal mio primo festival da fotografa sotto il palco. Grandi nomi, piccoli spazi, tanti fotografi.

La mia odissea comincia chiedendo a chiunque dove fosse la conferenza stampa di presentazione… peccato che non lo sapesse nessuno. Il caso mi è stato però di buon aiuto, e seguendo sentieri casuali, sono arrivata. Senza troppi convenevoli ho iniziato a farmi gli affari miei, a settare la macchina e aspettare i momenti propizi per le foto, scambiando quattro chiacchiere con gli altri fotografi e cercando di far scendere la preoccupazione per un lavoro che avevo sì già fatto, ma non a questo livello.

Che a chi gira da anni per festival può sembrare un’esagerazione, ma finché non fai qualcosa non puoi mai essere sicuro di cosa ti capiterà.

E infatti i problemi sono iniziati presto. Pronta ad andare a fotografare i primi musicisti sul main stage, i Noyz Narcos (che poi va beh…) mi viene fatto notare che sul mio pass non c’era scritto “PHOTO”, oltre a nome e “Stunrise”. E allora non si passa. Vado a cercare una ragazza dell’organizzazione, che gentilmente si fa tutto il giro del posto con me al seguito, per cercare un indelebile utile a darmi finalmente la possibilità di iniziare a fare quello che devo. Peccato aver intercettato solo gli ultimi trenta secondi del primo live, considerando che si potevano fotografare solo i primi tre pezzi. Poi ovviamente nulla vieta le foto una volta usciti dal lato transennato, a meno che non ti capitino buttafuori che, “gentilmente”, invitano a non fare foto (al che mi sono chiesta cosa mi han dato il pass a fare). Comunque ho imparato a prendere tutto con filosofia e a non lamentarmi, che altrimenti divento pesante perfino a me stessa, spostando la mia attenzione verso un posto in cui poter dar sollievo alla mia sete.

E se ai festival non si beve un po’, che ci vai a fare? Poi se piove e fa freddo, il vino scalda.

All’Home c’è stata tanta musica bella. A partire dai Bluvertigo la prima sera, piaciuti non poco, i Foxhound che purtroppo hanno avuto un orario abbastanza sfigato intervallato da pioggia, Maria Antonietta che è una delle persone più dolci che abbia conosciuto, gli Afterhours, che sono gli Afterhours, The Bloody Beetroots, spettacolari a dir poco, e i miei, riscoperti, His Electro Blue Voice, un noise potente con giri musicali in loop che ti ritornano nella mente anche quando stai per andare a dormire.

Insomma, di cose belle ce n’erano tante, forse troppe. Forse questo mi ha dato fastidio, più della pioggia che ha fatto saltare tanti concerti, che ha costretto le persone a ripararsi come potevano (non c’era un grande numero di gazebo per ripararsi in caso di pioggia), più della palta attaccata alle scarpe che forse sono da buttare (ma, come ho detto, io sono stata fortunata, ci sono state persone bloccate fino alle sei di mattina, o addirittura il giorno dopo, nei parcheggi resi impraticabili dal pantano). Ho dovuto scegliere tante volte cosa ascoltare, e tante volte (mea culpa) non sapevo quali sarebbero stati i gruppi a suonare. Ma con dieci palchi la situazione era spesso ingestibile. Peccato anche per la disposizione dei tre principali, messi in modo che quando si suonava su uno non si potesse suonare sull’altro, a patto di non voler fondere i diversi suoni in un baccano indistinguibile.

Il caso ha voluto che il terzo giorno perdessi il portafogli, perdendo con esso l’occasione di fermarmi il quarto ed ultimo giorno del festival. Nonostante questo i saluti sono stati belli. I ragazzi della GoDown Records – etichetta indipendente che si occupa sonorità anni ’60/’70, stoner, psichedelia, garage e freakbeat, senza la pretesa e il desiderio di produrre rock star, ma solo gente che suona con passione (mentre il mio compagno di viaggio Jerry scorreva i vinili è saltato fuori quello dei Thee Oh Sees, e nei cd quelli degli Skiantos, roba da far venire i brividi di piacere) – sono diventati i miei migliori compagni di abbracci del sabato sera, una piccola grande famiglia di persone veramente dolci e alla mano.

Ragazzi, per la mia disavventura col portafogli son riuscita a beccarmi pure due abbracci da un buttafuori.

Ma perché all’inizio ho detto di essere fortunata? Perché a quell’ora, le 23:45, mi ha chiamata un signore di Ferrara, il cui figlio aveva trovato il mio portafogli, per avvisarmi che lo avrebbe portato in questura il giorno a seguire. Così, nell’attesa che mi ritorni a casa – con ancora i soldi, ora capite? – mi godo le sbobinature delle interviste, finisco di scrivere questo live report e mi metto sotto con le foto.

Al prossimo festival, sperando in più macchine del fumo sul palco, che anche se agli altri non piacciono, per me aumentano la poesia.




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