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Hilo – Rising up & Rising down: indie folk alla toscana

Nato in Toscana nel 2010, il progetto Hilo trova forma e sostanza nel 2012, quando il cantante Antonio Canestri incontra il percussionista e trombettista Davide Lelli (ex de L’Orso, attualmente nei The Please) e, insieme agli altri tre membri, si dedica alla stesura dell EP Not a city, not a name (2013). Boccata d’aria e la band rientra in studio, registrando il primo album, Rising up & Rising down, rilasciato lo scorso 2 febbraio.

Che la musica degli Hilo si inserisca in un filone chiamato indie folk è fuori dubbio, ma che in Toscana ci sia qualcuno che già abbia percorso questa strada potrebbe sorprendere (vedi Etruschi From Lakota). Stiamo parlando di un genere molto in voga negli ultimi anni, lo dimostrano band come Mumford & Sons e The Lumineers su tutte, ma che l’abbracciare un genere di successo sia come porsi sotto la chioma di un albero e sentirsi subito in grado di alzare la mano e coglierne i frutti, non è proprio vero.

Il sentimento prevalente nel disco è la nostalgia verso qualcosa di emotivamente lontano, come l’orizzonte visto dalla costa toscana.

Trapelano amorosi sensi sia da musiche che da testi. Questi sono i veri motivi, la linee emozionali costantemente percepite durante tutta la durata dell’album. Arpeggi e accordi (spesso minori) di chitarra acustica e frasi di una seconda chitarra fanno da sfondo, le trombe donano una nota di solennità alle liriche, percussioni ridotte al minimo (ma ci sta per il genere), voci che si adattano alle richieste, dinamiche ben definite che non rivelano colpi di scena. Mi sentirei abbastanza fiducioso se mi chiedessero di tracciare una linea, lunga e dritta, che congiunga tutte le tracce dell’album, dal primo secondo sino all’ultimo, senza perderne uno. Ma se da un lato tutto ciò rivela una certa coerenza, una chiarezza di idee, dall’altro comporta un rischio, quello che il pubblico perda lo stimolo dell’ascolto e non giunga fino in fondo all’album.

Rising up & Rising down è un lavoro che trasmette l’idea di una trio che vuole realizzare musica in maniera quasi del tutto acustica.

Allo stesso tempo, è un album che non riesce a prendermi. L’impressione (di un povero mortale) è che, almeno nelle versioni studio, ci sia bisogno di una maggior dinamica, proprio come evoca il titolo dell’album. Magari arrangiando i pezzi con qualche altro strumento tipicamente folk (banjo, violino), ma mi rendo conto che la soluzione possa ritenersi troppo onerosa e quindi non percorribile. Allora si potrebbe provare a dare maggior ossigeno alle melodie, per poi tornare a chiuderle con linee di basso alternate, che sappiano entrare e uscire nel momento più opportuno.

Insomma, magari sono suggerimenti che vanno contro l’idea di fondo degli Hilo, ma ciò che più mi importa dire a questa band toscana è che cinquanta minuti circa di melodie che non sembrano discostarsi l’una dalla’altra non facilitano la cattura dell’attenzione del pubblico. Per il resto ad maiora semper!

VOTO: 3 su 5

 

Bonus:

  • testi evocativi

Malus:

  • dinamiche
  • arrangiamenti poco ricercati

 

Tracklist:

  1. Like knives
  2. Moving cars
  3. Lightning bolts
  4. Blaze
  5. Sharks
  6. December
  7. (Everything’s gone)
  8. By now
  9. Dices
  10. And so we admire…



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