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Garrincha Team live @ Magnolia – Live Report

Cazzo è tardi. E la mia bici, la mia maledetta bici è in stazione, tradita e dimenticata dopo esser tornato dall’università.

“Mamma!? Se ti accompagnamo in stazione non è che me la recupereresti? Troppo gentile! Ti voglio bene!”

Il tempo passa, il tempo non aspetta, siamo al casello di quella che credo essere la A9, nessun carabiniere in vista, meglio così.

Arriviamo finalmente al Magnolia, dove partono immediatamente i fatidici 5 euro di parcheggio che si andranno a sommare ai 15 di biglietto, agli eventuali 10 della tessera ARCI e alle varie spese in birrume e tabaccame. Ci dirigiamo verso l’ingresso già poveri e per di più in ritardo, ma decidiamo di fumarci comunque una canna e stappare un Moretti da 66 cl. Attenzione, non una Moretti qualsiasi, una Baffo d’Oro, roba di  qualità.
Insomma va a finire che entriamo a concerto già iniziato. Drogati del cazzo.

La scaletta non me la ricordo, assolutamente, quel che è certo è che i rappresentanti della Garrincha c’erano tutti e hanno suonato in formazioni miste, ognuno le canzoni degli altr. Bella idea, per carità, io e i mie amici siamo partiti carichissimi pensando chissà quale versione de La Tua Ragazza non Ascolta i Beat Happening canteranno gli  Stato Sociale o  come faranno Ladro di Cuori col Bruco quelli de L’Officina. Immaginavamo di pogare come ad ogni concerto degli Stato, il più innocente e fantastico pogo che l’Italia sappia offrire in questo preciso momento storico.

Invece no

I continui cambi di formazione hanno reso il concerto lento e, come se non bastasse, continuamente inframezzato da parti parlate. Nemmeno il tempo di entusiasmarsi vedendo la propria band preferita sul palco che…

ma che cazzo di canzone stanno cantando?

… e tanti saluti all’eccitazione. Accortisi di ciò gli artisti hanno anche provato a coinvolgere il pubblico ma, con la pioggia fuori ed il divieto di fumare all’interno – pena, fare la conoscenza dei buttafuori, recentemente evolutisi da persone più o meno a modo a “fascisti con il culto del corpo nonchè campioni di lotta greco-romana” sull’esempio di quelli del Fabrique – il compito per loro è stato molto più difficile del previsto. Di tutte le canzoni che – personalmente – desideravamo di più, ancora non si era vista neanche l’ombra. Insomma, considerando quello che avevamo speso, la serata stava andando in merda.

Ma ad un tratto: la svolta. Dopo La Canzone dell’Ukulele dei Magellano con l’Orso e dopo una bellissima versione movimentata di Ottobre come Settembre de l’Officina della Camomilla, cambia tutto.

Prima Checco canta, finalmente, La Tua Ragazza non Ascolta i Beat Happening, insomma la canzone che fa “siamo pieni di drogaaaa” (che oh, vi giuro, è la canzone più romantica che sia mai sta scritta) in una sorprendende versione tranquilla tipo La Musica Non è Una Cosa Seria, poi Arbe parte con Io, Te e Carlo Marx. Come avessimo fatto a ritrovarci sotto il palco in quel momento dato la staticità di tutto il pubblico – pareva l’esercito di terracotta dell’impero cinese – non mi è ben chiaro. Fatto sta che decido che è il momento di far partire il pogo, spingo un paio di persone e finalmente si scatena la guerra.

Noiosissimi indie-zombie del pubblico non dovete ringraziarmi per questi 5 minuti di divertimento.

Non un pogo dei livelli del Gods of Metal, nè un ballare degno di Fred Astaire e Ginger Roger, ma ehi, l’adrenalina aveva finalmente deciso di farsi viva nel sangue dei presenti.

Il problema di fondo, insito nel format probabilmente, riguardava quel sottile velo di imbarazzo tra band e pubblico, laddove quest’ultimo non sapeva assolutamente cosa aspettarsi e come reagire. Insomma in un qualsiasi festival con più gruppi in una serata di solito si sfruttano i momenti in cui suona il gruppo che non ti piace per riprendere fiato e andare a riprendere da bere. Qui non si poteva.

La realtà è che la serata doveva fungere da vetrina per tutti i gruppi dell’etichetta. E questo compito l’ha svolto alla perfezione, ma, a livello di intrattenimento musicale, probabilmente, anzi, sicuramente, mi sono divertito di più ai concerti della varie band prese singolarmente.

Questo nonostante la seconda metà del concerto regali diverse chicche, dall’Officina che canta Paolo Conte al tenerissimo inedito di Lodo, dalla cover di Di Che Cosa Parla Veramente Una Canzone Dei Tre Allegri Ragazzi Morti cantata all togheter alla struggente Piedini finale.

Finito il concerto i musicisti si sono mischiati al pubblico, c’era pure Dente che faceva lo snob in disparte. Quest’ultimo, tra l’altro, molto più alto di come me lo immaginassi, mentre gli stato sociale tutti dei tappi.

Vabbè insomma si sono mischiati al pubblico e hanno iniziato a chiacchierare e a fare foto, con le signorine subito impegnate a provarci coi cantanti e i bomber con le musiciste.

E’ vero, non è stato il concerto più bello che abbia mai visto, ma era un concerto difficile, articolato, in cui creare l’empatia col pubblico era un’impresa. Di certo, avrei scelto una scaletta differente.

Eppure quando tutti i ragazzi della Garrincha si sono riversati sul palco, disordinati e strafatti, a cantare insieme, come fossimo ad un enorme karaoke… beh, lì, intento a pogare com’ero, ho capito cosa significasse essere “diversamente felici. Perché la musica non è solo locali grandiosi, produzioni della madonna, puttane di plastica è cocaina. La musica è soprattutto capitale umano, e questo, secondo me, la Garrincha l’ha capito meglio di qualsiasi altra etichetta.




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