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Fou – Ho trovato Godot

Aspettare Godot, almeno da Beckett in poi, dà l’idea di qualcosa d’imminente che non accadrà mai. Una benevola illusione, che fa dell’attesa il vero momento interessante dell’esistenza. Detto ciò, il titolo del secondo lavoro della band indie pop Fou, Ho trovato Godot (gennaio 2014), suona come una svolta: finalmente qualcuno ha trovato ciò che gli altri cercavano da tempo! No, non è proprio così.

Una volta infilate le cuffie si è catapultati in atmosfere malinconiche, pregne d’incomunicabilità e di dissociazione tra linguaggio e azione. La totale alienazione dell’individuo, immerso nel suo mondo plasticato e apparente dei social media, viene raccontata attraverso un tono insolito e un po’ naive (voce quasi sussurrata, come se si stesse parlando ad un bimbo). Il loro Godot è svelato nella serialità piatta dell’indie pop, creando un contrasto tra unicità e mancata sorpresa che sarà un po’ il leitmotiv di tutto l’album.

Un lavoro concettuale, quasi intellettualoide, che mette in secondo piano la pura ricerca melodica e armonica.

Scelte che, tuttavia, riescono a esprimere quel senso di smarrimento tipico dell’impiegato che passa le ore più proficue della giornata davanti ad un foglio di Excel. Musicalmente è evidente l’influenza dei Baustelle (il lavoro vede la collaborazione di Ettore Bianconi, fratello di Francesco), anche nelle liriche piene di disillusione verso il nostro periodo. Bassi incalzanti e chitarre crunchy, con l’uso di synth ed effetti che ricordano molto i Flaming Lips.

La voce annoia, troppo cantilenante e poco precisa, così come gli arrangiamenti, molto simili tra le varie tracce. Come detto prima, forse è stata una scelta artistica quella di dare un senso seriale a tutto l’album, relegando la musica a contorno dell’espressione dei testi. Un qualcosa senza senso compiuto, in quanto non ci troviamo esattamente di fronte a liriche illuminanti (“bello far girare gambe braccia nei locali / collezionando free drink-ammoniacali”, da Cleaning song).

Concludendo, quello dei Fou è un lavoro pretenzioso, che si pone come concept album di indie pop pur non avendone le facoltà. Una bella idea che non trova senso compiuto, straripando in un mare di retorica fine a sé stessa.

 

Tracklist

1. Ho trovato Godot in un Kinder
2. Il sabato del silenzio
3. Canzone noir
4. Cleaning song
5. Segreto
6. Rotola
7. Dongtan
8. Candida
9. Fuori dentro (io sto fermo)




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