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Fedez: la politica, la morale e la figa.

E’ divertente Fedez. Inconsapevolmente brillante.
L’Italia è un paese che ci ha cresciuti tutti a pane e cantautori. Dalla punta della Sicilia alle vette della Valle d’Aosta, nel bel paese, il successo di una canzone l’ha sempre fatto, più che altrove, la voce che la cantava e le parole che la componevano. Poeti e pittori, i cantautori hanno tratteggiato su tela immagini e valori di diverse generazioni, cantandone gli amori, gli odi, le lotte e le conquiste. Gente come De Gregori si è trovata ad affrontare palazzetti pieni di pubblico inferocito per questioni politiche. Uno come Vecchioni ha dedicato la vita alla professione di professore, prima che di cantante, al fine di avere un impatto reale, pratico, sulle nuove generazioni. Loro, come Battiato e Guccini, per dirne altri due, si sono fatti sapienti artigiani della parola per romanzare quei processi storici e sociali che compongono il libro del ‘900. L’epoca dei cantautori, prolissi cantastorie, parrebbe essere finita. E nel vuoto venutosi a creare, una nuova generazione di parolieri ha trovato terreno fertile per crescere e svilupparsi. I rapper.

L’artista nasce e muore incoerente, fatevene una ragione. I rapper sono come i politici, si fanno corrompere e cambiano idea ogni cinque minuti. Il rap è un genere costringente, perché si è voluto così: l’underground non ti odia quando ti vendi, ma quando ti iniziano a comprare.

Fedez

Cambiamo argomento, cambiamo epoca, cambiamo registro comunicativo. Come sempre succede, la forma influenza il contenuto più di quanto un artigiano non vorrebbe. C’è differenza tra lo scolpire con martello e scalpello o con una fresa. La violenta tirannia della rima abbruttisce parole e concetti, piegandoli alla necessità metriche. La musica da condivisione di storie diventa affermazione di status. Le idee si confondono con gli oggetti, la felicità coi soldi, l’amore con la figa.

Fedez ci scherza. Sembra ridere di tutto questo. Fedez è il Socrate idiota (attenzione, è il contrario di un insulto) che guarda la processione religiosa camminargli davanti intonando preghiere al cielo, e chiede loro se trovino utile fare offerte ad un Dio onnipotente che tutto possiede nella speranza che questo conceda loro qualcosa. E’ così che Fedez sembra guardare allo stuolo di suoi colleghi rapper appena prima di chiedere loro se trovino utile e veritiero raccontare un mondo in cui le donne sono tutte troie, i soldi l’unica felicità, e la droga un passaggio obbligato. Fedez indossa i panni del rapper duro, tatuato ed ingellato, per prenderlo in giro, schernirlo e renderlo simpatico, una macchietta. Ma poi:

Brillante, divertente, dissacrante e fintamente maschilista, Fedez interpretando la parte dello stupido che si fa raggirare da una sconosciuta tanto bella quanto libera e liberale, prende in giro il tono incazzato con cui mille sue colleghi hanno ritratto la stessa situazione. Stronze attaccate ai soldi e desiderose di farsi mantenere dal pappone di turno, le donne appaiono come spazzatura umana, vere e proprie sanguisughe, nella maggior parte delle liriche del genere (almeno a livello di singoli e pezzi da radio, è ovvio che esiste l’altra faccia della medaglia, e che non sono tutti uguali). Tutti felici, tutti contenti, Fedez è diverso. O no?

No. Non del tutto.  Perché nella canzone appare Guè Pequeno

Chiamiamo le cose col loro nome
Non siete delle modelle, voi siete… sapete il nome…
E no, non lavori in televisione
Non sono nato ieri, non puoi fregare il pappone
Hai visto più palle che Wimbledon
Ti ho sgamata, sei su rosa-rossa.com
Io ti ho liquidata, non torno indietro
Da un po’ che ti ho spruzzata come un Liquidator
Baby non ti pago, non ti cago
Volevi un amore magico
Vieni e sparisco come un mago
E vuoi fare un video per fare un bel provino
Più guardo il tuo tipo e più penso “Poverino”
Con quella macchina e tutte quelle scarpe
Non serve un genio a capire che baby fai le marche
Parli in 500, foglio viola, darla al vento
Continua così che qua arrivi in Parlamento

Fine delle rime brillanti, fine dell’essere diversi, si torna alla figa, alle zoccole, e ad un mondo che fa, in fin dei conti, tutto schifo. Fortuna che c’è Gue, il pappone, che la sa lunga. A lui non la si fa, lui spruzza e sparisce. E con lui la credibilità di Fedez.

Un ragazzo che piange e si commuove in diretta ad X-Factor, che distrugge Giovanardi ad Anno Uno, che scrive e canta l’inno del Movimento 5 Stelle e che con “Generazione Boh” si scaglia contro tutto e tutti fornendo apparentemente risposte in rima a tutti i problemi e alle assurdità di questo paese.

Con tutta la stima che si può avere per chi in qualche modo, con tutta l’ingenuità di questo mondo, tenta di definirsi come diverso in un ambiente di uguali che si fanno la guerra, non può certo essere lui a darci la definizione di artista.

L’artista è incorerente, fatevene una ragione

Fedez

Fedez è incoerente, e la ragione ce la facciamo immediatamente. L’opportunista è incoerente. Il politico, secondo Machiavelli, è fondamentalmente incoerente. L’avvocato ed il venditore, all’occasione, lo sono anche. Sono tutti moderni sofisti. L’artista è tutt’altra cosa. E’ come se io, nell’atto di scrivere questo articolo mi definissi uno scrittore, e per il fatto di amare la bicicletta, decidessi che gli scrittori sono tutti ciclisti.

L’artista è colui il quale, più di una persona qualunque, fonde forma e contenuto in quella bellezza, che è l’opera, che un pubblico più o meno attento può riconoscere e apprezzare (o quantomeno comprendere).

Questa definizione, seppur imperfetta e opinabile, ci permette di differenziare l’autore di un mosaico da un piastrellista. Cosa che quella di Fedez non faceva. Per rompere la norma bisogna vivere l’eccezione fino in fondo. Per lanciare un messaggio bisogna incarnarne i valori. Per gridare vendetta bisogna essere estranei al crimine. Per rappresentare una generazione, un popolo, bisogna divenirne la guida, l’esempio.

Non sono una guida, non incarno ideali, dico solo quello che penso” risponderebbe chiunque ad un discorso di questo genere. Ma quanto vale il pensiero di un’incoerente che tra cinque minuti potrebbe aver cambiato idea? Quanto si può fare affidamento su di un corruttibile confesso preventivo? A cosa serve un leader che non si riconosce tale pur recitando la parte?

Fedez, in un paese come l’Italia, in cui ai contenuti si preferisce la retorica della forma e al fare pratico il promettere ideale, rischia di bruciare un innegabile talento vocale e letterario per fare il celeberrimo passo più lungo della gamba. E la durezza di questo articolo non vuole ricalcare lo stile dei mille ed uno trattamenti Boffo che tra tv e giornali vediamo applicare ogni giorno a questo o quel politico o intellettuale. Questo articolo è dedicato ad una persona intelligente e di talento, che deve rendersi conto dell’enorme potere che racchiude nella retorica delle proprie parole, affinchè lo utilizzi con responsabilità non per normalizzare l’assurdo di questo paese legittimandosi con un “pago un sacco di tasse”. ma per scrivere, autore di se stesso e della storia del proprio tempo, pagine del romanzo di questa epoca, che le generazioni future possano leggere come oggi noi leggiamo l’Italia dei De Andrè e dei Mogol.




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