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Expo: vale la pena andarci?

“Sono stato a Expo” “E com’è?” “Mah, carino dai”. Non so voi, ma a me tutti quelli che conosco hanno risposto così. Nessun entusiasmo, nessuna soddisfazione particolare. E perché? Perché è vero, Expo non ne merita troppa.

In settimana anche io mi sono lanciato nell’evento clou della Milano 2015. Il primo impatto, va detto, è comunque spettacolare: un lungo viale, tanti colori, un mix di culture come ne ho visti pochi in vita mia. E poi ci sono gli edifici, intesi come opere architettoniche, certamente tra i bonus dell’esposizione. Paesi come Emirati, Kuwait, Qatar (tre a caso eh), ma anche Cina, Brasile e Thailandia hanno messo in piedi dei padiglioni davvero meritevoli di attenzione. A livello di concetti, bella l’idea dell’alveare di metallo del Regno Unito, un impianto che permette di monitorare un vero alveare a Nottingham. In più il sito è enorme (anche troppo per le mie ginocchia), si mangia e c’è di tutto. Ah e la pulizia, devo dire che il sistema di raccolta rifiuti è preciso e capillare, niente da obiettare. Ma poi stop.

Sì stop, perché non riesco a trovare altri motivi per recarsi a Rho Fiera. Ne vale la pena eh, ma non aspettatevi chissà che cosa. Per esempio il tema “Nutrire il Pianeta” è rispettato ma anche no. Entrando in un padiglione qualsiasi mi aspetterei che mi raccontassero qualcosa su come potremo, in futuro, equiparare gli squilibri alimentari, o di come in passato i singoli paesi hanno reagito alle varie difficoltà (la prima che mi viene in mente è l’acqua nel deserto, ben esplicata dagli Emirati ma assolutamente dimenticata da altri), o almeno di cosa diavolo si mangia da voi se un giorno mai verrò in vacanza. E invece in molti non dicono niente, preferendo “stupire” con giochi d’acqua e luci.

Diciamo che il sito di Expo è stato venduto meglio di quello che è. Se volete un esempio, è come quando una tua amica ti parla di una ragazza che conosce e, prima di presentartela, ti fa vedere una foto su Facebook. “Beh, interessante” pensi. Così vi fanno incontrare: lei resta una bella ragazza, ma dopo due minuti ti ha già asciugato raccontandoti vita, morte e miracoli di lei stessa medesima. “A me non frega niente” pensi. E non le chiedi il numero.

Non ho ancora parlato di Palazzo Italia e dell’Albero della Vita. Il secondo di sera sarà anche uno spettacolo con lo show delle fontane, ma se paragonato ad altri simboli delle expo passate “pare ‘na strunzata” (cit.). Il primo, invece, merita un capitolo a parte. In questo momento è certamente il punto nevralgico di Milano, con la gente che fa ore e ore di fila per farsi un giro tra le sue stanze. Un cubotto di cemento bianco che sembra tristemente plastica, quattro piani di mostra che dovrebbero raccontare il rapporto tra Italia e alimentazione. Ma cosa c’è al suo interno? Provo a spiegarvelo. Finita la coda si arriva ai piedi delle scale d’ingresso dove, nell’attesa, avrete tutto il tempo di notare i pezzi mancanti della costruzione (ebbene sì, sedetevi e guardate in alto a sinistra) nonché, se siete dei fini osservatori, la non cementificazione di alcuni pannelli esterni e il sempre mancato completamento di molte finiture. Prime stanze, forse le più particolari: specchi ovunque, sopra, sotto e di fianco, con immagini del nostro paese riflesse ovunque attorno a noi; bello ma non memorabile. Ho saltato la stanza buia, dove ti mostrano come un non vedente vive un mercato cittadino, perché c’era da aspettare un sacco e mi sono spostato verso “il mondo senza Italia”, ovvero dove provano a spiegarti cosa sarebbe degli altri senza di noi. Ricordo poi di un ambiente dov’è riprodotta la flora della stivale, con ogni regione esemplificata da una pianta, e un altro più scuro con una serie di innovazioni, sempre legate all’alimentazione, pensate per il futuro da alcuni nostri connazionali. Non mi viene in mente altro, se non l’esposizione de La Vucciria di Renato Guttuso, opera di una bellezza indimenticabile. Poi si esce e c’è lo shop: evviva! Me ne vado.

Cosa vedere, insomma? Se vi piacciono i contenitori passeggiate per il Decumano che rimarrete piacevolmente colpiti. Se vi piacciono i contenuti, consiglio Svizzera, Emirati Arabi Uniti (il migliore), Giappone (il “Ristorante Futuro” è al limite del trash ma loro son così), Malesia, Regno Unito e Santa Sede, se non altro perché c’è dentro un’imperdibile Ultima Cena di Tintoretto. Sono convinto, comunque, che il visitatore medio nel complesso non resterà deluso, mentre chi guarderà il tutto con occhio più critico si ritroverà a pesare un po’ più le cose. Purtroppo.

Una cosa, però, non può essere dimenticata: in questo momento Milano è il place to be, La città ha una luce diversa, sembra che un po’ di quel torpore accumulato negli ultimi anni si stia dissolvendo. Merito di Expo, che forse non è il massimo ma è quello che noi, Italia, oggi possiamo offrire. Più interessanti su Facebook che nella realtà.




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