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Expo 2015, Milano vs Black Bloc: chi sono e chi ha vinto?

I Black Bloc qualche merito lo hanno, bisogna riconoscerlo. Sono quel genere di nemico che tende ad unire la società civile e persino a farla affezionare all’oggetto delle contestazioni. Dal più squattrinato degli studenti fuorisede al figlio di papà siamo tutti uniti al grido #nessunotocchiMilano. Ma chi è questo nemico comune che tanto bene ha fatto allo spirito unitario cittadino quanto male ha arrecato a chi s’è visto il negozio o la macchina bruciare?

Appaiono per la prima volta negli anni ’80 e col nome di Schwarzer Block si mischiano agli autonomen tedeschi che protestavano contro il nucleare, ma prenderanno la loro denominazione anglofona di Black Bloc solo nel 1988 quando si infiltrarono nelle proteste contro il Pentagono. Presero piede e divennero sempre più una costante delle grandi occasioni di contestazione, tanto che, per fare degli esempi, le cronache dell’epoca ci parlano di loro in occasione  delle manifestazioni contro la guerra del golfo (1991), contro la conferenza WTO di Seattle (1999), al G8 di Genova (2001) e poi a Québec (Canada, 2007), Goteborg (2014) e infine Milano. Per fare una battuta, sono le prezzemoline delle grandi occasioni sociopolitiche internazionali, moderne Samantha De Grenet e Alessia Merz.

La loro comparsa quindi, non causi sorpresa né stupore. Tutto previsto, a meno che non si sia vissuti tutti su Marte negli ultimi 20 anni.

La cosa che stupisce è però che si tratti del gruppo al contempo più inconsistente e più organizzato che la storia ricordi. Non hanno un direttivo né fanno capo ad una organizzazione internazionale. Si compongono di quella fascia di – intellettualmente – emarginati che, in qualsiasi paese, si infiltrano – per non dire che le compongono – nelle curve di ultras prima ancora che nei cortei ed in tutte le occasioni in cui la folla li possa proteggere dal riconoscimento e dall’arresto e senza che qualcuno li chiami a raccolta, sanno dove e quando farsi trovare. Prendono involontariamente dall’esercito romano l’ispirazione per la tecnica manipolare, poiché sono un’esercito di centinaia, persino migliaia di persone, che però si compone di manipoli di 10 o 20 individui di media, che si conoscono tra loro ma non conoscono gli altri (di cui spesso non condividono nemmeno la lingua). Dell’esercito hanno anche la tattica d’intervento, poiché rimangono celati fino all’ultimo secondo, vestiti in maniera perfettamente normale, prima di estrarre dagli zainetti tute nere, passamontagna (o caschi), spranghe e molotov. Solo a quel punto si riconoscono, si compattano – dal manipolo alla falange – e si fanno scudo dei manifestanti “regolari” che volenti o nolenti si trovano tra l’incudine ed il martello, e o finiscono schiacciati, vittime collaterali, o fuggono o, in qualche caso, si uniscono alla guerriglia.

Si definiscono anarchici – scusa Bakunin – ma non hanno alcuna radice ideologica forte né manifesto. Gridano contro il capitalismo e ne bruciano i simboli – banche, macchine di lusso, negozi. Fatto sta, che se a qualcuno rendono un servizio, è ai Salvini, alle Meloni e a chi come loro il giorno successivo è lì a prendersela col Renzi, con l’Alfano o con il Pisapia di turno per farsi propaganda. Detto che motivi per prendersela con questi tre li fornisce ogni giorno il solo leggere la homepage dell’ANSA (lo sdegno però si allarga anche ai sopracitati personaggi di Lega e FdI) è patetico ancora una volta il prendere la palla al balzo per scopi “pubblicitari”. Oppure a chi, dall’avere un EXPO contestato a destra, a sinistra, al centro, sopra e pure sotto, ora ha gruppi di giovani in mezzo alle strade, armati di stracci, ramazze e spirito patriottico che, volontariamente, ripuliscono una Milano che fino all’altro ieri era la sede dello scandalo e del ridicolo.

La stampa non ha perso tempo, e al ritmo di “uno ogni quindici minuti” Repubblica, Corriere, TGCom e compagnia, si sono messi a sfornare bilanci dei danni, interviste – ridicole – ad adolescenti “pirla” (cit. il padre di Mattia Sangermano), commoventi storie di “angeli” che scendono in strada a ripulire (i sopracitati giovani) e di vecchiette che gridano dal balcone – “peggio dell’ISIS!” – per venire prese ad insulti dai Robespierre armati di mazze e spranghe che nel frattempo posavano a favore di camera nell’atto di bastonare un poliziotto preso alle spalle dalle parti di Pagano.

Qual è la morale in tutto ciò? Secondo chi scrive è che questi fatti sono prevedibili e inevitabili – al massimo controllabili e isolabili.

Di intellettualmente inabili e violenti il mondo sarà prolifico da qui alla fine dei giorni. E di gente che abbia interesse perché essi esistano, anche.

Lungi dal dire che fossero incaricati o sovvenzionati da qualcuno, sicuramente le dichiarazioni del minuto dopo dei politici di turno suonano come coccodrilli scritti per l’artista di 120 anni con un cancro in metastasi, un polmone artificiale, bypass gastrico e 4 pacemaker.

E’ in ambito di diritto che ci muoviamo, e secondo questo è successo qualcosa di collaterale al diritto di manifestare. E, a livello teorico, non sono stati lesi i diritti dei negozianti danneggiati più di quanto lo sarebbero stati quelli di chi voleva protestare secondo regola nel caso la manifestazione gli fosse stata negata. Sarebbe stato un ragionamento a posteriori, e quindi preventivo e illegittimo.

Alla fine EXPO ci piacerà, come ci è piaciuto stare davanti alla TV a tifare Italia nei mondiali brasiliani di 12 mesi fa. Eppure anche lì, come e peggio che a Milano, ci sono state rivolte, violenze, incendi e persino vittime. E’ la natura dei grandi eventi – nel caso brasiliano poi la violenza scaturiva da motivi ben più gravi e reali di quelli dei NO EXPO. E qui casca l’asino. Perché di motivi per protestare contro EXPO ce ne sono a migliaia. Non contro il concetto e quello che poi effettivamente l’evento rappresenterà per la città. Ma contro tutto il disgustoso mare di bugie, mazzette, mafie, sprechi, sfruttamenti e mistificazioni che si celano dietro l’organizzazione. Un gruppo di affaristi travestiti da politici che ci ha promesso (a noi e al comitato internazionale) una Milano che non c’è e non ci sarà, fatta di occasioni di lavoro, di vie d’acqua, di M4, di strade ripavimentate e aree riqualificate. Fatta di verde, fatta di eventi e fatta di monumenti. Invece ci troviamo una Milano che ha messo in cantiere si e no il 30% di quello che ha promesso e terminato una percentuale ancora non chiara di quel 30%, dato che non si contano i cantieri ancora aperti in giro per la città (oltre a quello di M4, che ancora sta aprendo, chiuderà nel 2022 secondo i piani, ma procede a singhiozzo ed è già in ritardo di 3 mesi, quando 3 sono anche i mesi passati dall’apertura annunciata).

Detto chi sono questi Black Bloc, e detto che di motivi per la loro protesta non ne hanno, perché incapaci proprio di pensare, chiuderò il pezzo con la considerazione su vincitori e vinti delle contestazioni del 1 maggio.

Vince Renzi, che al discorso di inaugurazione di EXPO ha ringraziato Letizia Moratti, alla cui giunta noi milanesi dobbiamo gli appalti ai soliti noti che fanno preventivi fuori mercato per poi decuplicarli in corso d’opera, e che ora cavalca l’ondata di sdegno contro i violenti per far dimenticare tutto lo schifo.

Vincono Matteo Salvini e Giorgia Meloni che ora hanno altre scuse oltre ai migranti per regalare titoli ai giornali.

Vince EXPO che ha ricevuto la legittimazione internazionale del grande evento, ha qualche hater in meno e l’occasione di far dimenticare qualche polemica.

Vince l’ignoranza che fa surf sull’onda di sdegno social-mediatico.

A perdere, ancora una volta, è chi vuole parlare delle cose che succedono, delle responsabilità e delle misure da prendere per il futuro. Perde chi ragiona e chi vuole cambiare le cose. Perde chi è ancora oggi agghiacciato dai cartelloni in inglese scritti sbagliati. Dai manifesti che scambiano la Toscana con l’Emilia Romagna. Dai lavori in photoshop affidati a delle scimmie addestrate male. Dai “lavori a 1300 euro, no 800 lordi, no aspettato 500 netti, anzi no, facciamo che fai la riserva e ti chiamiamo se sta male qualcuno, a patto che fai la formazione, magari anche a tue spese”. Dai siti “Very Bello” scritti solo in italiano. Dal padiglione Italia che… bah. Dalle vie d’acqua che… eh?

Perde chi voleva un EXPO di cui andare fiero. Perde chi voleva una Milano più bella, più internazionale e più consapevole.

Perdiamo tutti, vincono i soliti.




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