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Etruschi from Lakota – Non ci resta che ridere: la Toscana dei pellerossa

La Toscana come le grandi praterie del Nord America: gli Etruschi si sono alleati con la temibile tribù dei Lakota, capeggiata da Toro Seduto. A porgere il calumet della pace tra queste due popolazioni autoctone non sono eroi del West con la capacità di viaggiare nel tempo, ma cinque semplici ragazzi provenienti dalle campagne toscane, cresciuti innaffiati nel Chianti tra poderose chitarre zeppeliniane.

Sin dai primi ascolti dell’ultimo lavoro degli Etruschi from Lakota, Non ci resta che ridere, si percepisce un legame profondo con le origini della band che, con uno stile scanzonato, ironico e critico, in un clima degno del migliore spaghetti western, affronta consapevolmente e con fare molto arguto tematiche per nulla banali come lavoro, vita, morte e religione.

Questi simpatici avventurieri della frontiera si dichiarano inoltre sensibili allo sterminio perpetrato ai danni dei pellerossa, inteso come simbolo della cancellazione delle culture autoctone; ecco perché il richiamo ai Lakota di Toro Seduto. Ardua presa di posizione che ricorda Non ci resta che piangere, celebre film di Roberto Benigni e Massimo Troisi in cui, tra le altre cose, i protagonisti cercano di impedire la partenza di Cristoforo Colombo per evitare “la scoperta dell’America” e tutti i disastri che ne conseguirono per le popolazioni indigene.

La Toscana si fa teatro dell’ultima battaglia dei pellerossa, che prendono le difese delle persone semplici e di uno stile di vita che la globalizzazione pian piano sta cambiando radicalmente.

Questo mix culturale, apparentemente azzardato, partorisce un lavoro ben costruito, originale e divertente, seguendo i binari del rock e del blues, con qualche piccola sosta nelle stazioni del gospel e della musica nera. Un sound che rimane impresso già ai primi ascolti, tra armoniche che ricordano “la locomotiva del blues” John Mayall e i suoi Bluesbreakers, fino ad arrivare alle sonorità quasi celtiche dell’ultima traccia, San Pietro. Un eclettico viaggio nel sound tagliente e graffiante del blues, che abbraccia liriche degne di un cantautorato di protesta molto caro al nostrano Rino Gaetano o ai più recenti Kutso.

Non ci resta che ridere diverte per quel modo scanzonato e ironico con cui vengono trattate tematiche non scontate.

Ottimi gli arrangiamenti, con incalzanti groove di basso e batteria, conditi da chitarre ruggenti e febbrili giri di banjo. Ne viene fuori il classico disco da ascoltare “on the road”, magari mentre si percorrono le meravigliose strade di campagna delle colline toscane, che magicamente diventeranno irresistibili location per epiche battaglie tra la cavalleria di Custer e i feroci indiani di Toro Seduto. Spolverate la vostra Colt e indossate gli speroni, segnali di fumo si levano all’orizzonte tra i vigneti del Chianti. Gli indiani stanno arrivando, non si può sapere come andrà a finire, ma una cosa è certa, ci sarà da ballare!

VOTO: 4,5 su 5

 

Bonus:

  • originalità del sound e dei testi
  • ottimi arrangiamenti
  • disco divertente e scorrevole

Malus:

  • praticamente inesistenti

 

Tracklist:

  1. Non ci resta che ridere
  2. Cornflakes
  3. Abramo
  4. Gioioso baccano (per il signore)
  5. Mezzogiorno di grano
  6. Il contadino magro
  7. V.I.V.O
  8. Collo rosso
  9. Erisimo
  10. Nella vena di vino
  11. San Pietro



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