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E se De Andrè fosse stato un DJ

In Italia, spesso e volentieri, regna un appassionato pessimismo nei confronti di tutto ciò che produce il panorama musicale nazionale. Quante volte vi sarà capitato di discutere di musica e sentirvi dire:

No sai, mi dispiace, io non ascolto roba italiana.

Posizione del tutto legittima, non di rado i prodotti della discografia italiana sono meno appassionanti di un Chievo – Cesena a fine stagione con entrambe le squadre già salve.

Detto ciò, esiste una forma espressiva nella nostra musica alternative che, può piacere o non piacere, rappresenta un caso praticamente unico nel panorama mondiale. È la musica dance d’autore. Chiariamo subito – prima che, inorriditi al pensiero di un articolo su una serie d’improbabili dj italiani, abbandoniate ogni speranza – non parliamo di discoteche né della Geordie by Gabry Ponte, ma della nascita di un genere cantautorale accostato ai suoni tipici della musica dance.

Ogni giugno, a Milano, si svolge il Mi Ami Festival, a cui quest’anno ha partecipato anche Lo Stato Sociale. Noto ormai a livello nazionale, si tratta di un progetto nato a Bologna nel 2009 che accompagna dei testi piuttosto ricercati a delle sonorità da musica elettronica, da ballo. Un complesso che prende le mosse sulla base dell’esperienza degli Offlaga Disco Pax, altra band emiliana che per la prima volta aveva provato a coniugare una sorta di teatro canzone alla musica elettronica.

Una delle canzoni più conosciute de Lo Stato Sociale è sicuramente Ladro di cuori col bruco, storia di un uomo che entra in discoteca, conosce una ragazza che presto sparisce “nei fumi del barismo cordiale” e si ritrova a confrontarsi con una serie di atteggiamenti e pose che lo portano a uno sfogo rabbioso.

La mia generazione è una merda, Bologna è una merda, le donne sono una merda, gli aperitivi fanno tutti merda
I vestiti, i bicchieri di plastica mi hanno rotto il cazzo
Dovremmo essere nudi come vermi al macello su questa pista
A leccarci le ferite per il nostro tempo perduto a rincorrere cazzate
Che nudi si è tutti più brutti e più veri, anche le belle fiche
Merde! Voi non avete niente da dare ed è un furto quel poco che avete da chiedere alla vita

Dopo questo violenta uscita contro tutto e tutti, la canzone si conclude con una riflessione piuttosto acuta sulla differenza enorme che può giocare la prospettiva nella vita di tutti noi. La band, dopo aver sputato su Livia (la donna incontrata nel locale) tutta la cattiveria del mondo, chiude il brano proponendo una situazione diversa, lontana da tutte le forzature del locale, in cui quella ragazza avrebbe potuto acquisire candore e bellezza.

T’avessi vista guardare la neve d’aprile, per strada
Poi, non t’avessi più incontrata,
Forse, t’avrei per sempre amata

Il mix è semplice: testi acuti da ascoltare, che svariano dal politico al personale, e basi zarre su cui ballare duranti i live. Ora immaginate di ballare su Guccini o De Andrè. Senza urtare la vostra sensibilità o causare conati di vomito, voglio solo far notare quanto sia insolito il binomio musica cazzona e testo d’autore. Tutti si aspettano, storicamente, una certa staticità nel cantautorato, in cui tendenzialmente l’artista è armato solamente di chitarra acustica e voce.

Oltre a Lo Stato Sociale, sono tante le realtà che stanno percorrendo un percorso simile, a partire da I Cani, band romana che riesce a parlare, con grande ironia, della coppia nel 2014 o delle velleità di una “controcultura” su basi in cui il pogo è d’obbligo. Io non credo di aver mai visto tanti gomiti ad altezza naso quanto al loro concerto ai Grandi Magazzini di Milano.

È chiaro, questo è un genere musicale che divide. Ci sono persone che al nominare Lo Stato Sociale o I Cani vomitano insulti e fanno scongiuri come se avessero visto il demonio, altri invece li esaltano come se fossero la reincarnazione di Brel, Pasolini, Montale o Mozart. Molti notano, comprensibilmente, che accostare delle basi da ballo a un lavoro di denuncia (anche se “denuncia” è un termine un po’ pretenzioso, potremmo usare l’espressione “testi impegnati ma non impegnativi”) è il modo migliore per sminuire un messaggio e rendere il tutto frivolo.

Vi parlo di un problema ma intanto ci balliamo su, come se nulla fosse.

Altri elogiano la vitalità e il senso di aggregazione che deriva dall’ascolto del brano.

Vi parlo di quello che viviamo e lo faccio in una chiava facilmente accessibile ai più.

Indipendentemente dalla scuola di pensiero alla quale vi sentite più vicini, è importante riconoscere che questo è un genere in grande crescita, un fenomeno da osservare con interesse. Io non so se questa cifra espressiva potrà col tempo portare all’avvento di un nuovo tipo/concezione di musica d’autore, quello che so è che sarebbe superficiale oggi etichettare un movimento così solo come l’ennesima musica italiana che non ascolto.

Il mio consiglio è di inforcare le vostre cuffie e, per chi ne avesse voglia, partecipare a qualche live. Il rischio è che la cosa possa piacere, trovando un nuovo mondo a cui appassionarvi. Se invece rimarrete delusi, avrete comunque passato una serata di piacevole ignoranza, condita da qualche birra, due salti a gomiti alti, e insulti in coro contro questo o quello.  Un po’ zarro, ma in fin dei conti divertente.




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