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California dreamin’ – parte 3

“I wish they all could be California girls” cantava Brian Wilson, i The Mamas and The Papas si immaginavano “safe and warm” nelle strade di L.A., i Guns N’ Roses volevano a tutti i costi arrivare alla Paradise city, mentre 2Pac intonava “serenade the streets of L.A./from Oakland to Sacktown/the Bay Area and back down/Cali is where they put the mack down”.

Dai Beach Boys ai Blink 182 – passando per folk pop, psichedelia, country rock, hair metal e hip hop -, per una buona metà del secolo scorso la musica “made in California” ha avuto un ruolo chiave nella costruzione dell’immaginario americano, della terra delle opportunità. Quasi ci fosse qualcosa di mistico nel tanto agognato Golden State, che tutt’oggi attira gente da est verso il Pacifico per ammirare le spiagge assolate, le grandi autostrade, i canyon e il deserto, senza parlare degli studi cinematografici e le compagnie tecnologiche della Silicon Valley.

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PARTE 3: HARD ROCK, METAL, RAP E PUNK ROCK

Il funk della Motown e quella certa attitudine punk furono gli ingredienti principali per creare il sound eighties losangelino, una sorta di punky-funky ben riconoscibile nel secondo album dei Red Hot Chili Peppers, Freaky styley (1985), prodotto dal generalissimo George Clinton, rivale di Rick James in quegli anni pieni di groove e di strani costumi di scena.

Molto meno funky era la più grande e “meno educata” band di Los Angeles degli anni ‘80, i Guns N’ Roses, emersi dalla squallida cornice della Sunset Strip e giunti al successo nel 1987 con l’album Appetite for destruction. Ne veniva fuori una California ben diversa da quella dei Beach Boys o degli Eagles, ma che attirava lo stesso gente da ogni dove, folle di motociclisti tatuati e gruppi di “bad boys” in particolare.

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I Guns N’ Roses appena usciti dal parrucchiere

Poco più a nord c’erano i Metallica, pronti a guadagnarsi un ruolo di primo piano nella scena metal dell’epoca. Trasferitisi nella Bay Area dopo aver reclutato il bassista Cliff Burton, la band di James Hetfield prese di prepotenza la corona di nuovo re dello speed metal, grazie all’album Master of puppets (1986).

Una più radicale espressione dello stesso “California dream” – o forse del suo lato oscuro – fu il gangsta rap proveniente dai quartieri periferici di South Central a L.A. I principali esponenti erano Ice Cube, Eazy-E e Dr. Dre., componenti del gruppo rap N.W.A. Il loro incendiario Straight outta Compton, nel 1988, fu esplosivo quanto scioccante. Costruito su incalzanti beat dal carattere funky e da profondi riff di basso, l’album era molto più interessante e intenso di qualsiasi altro lavoro dei Public Enemy concepito sulla costa opposta. Qualche anno più tardi molti artisti firmarono con la casa discografica Death Row, leader nel campo dell’hip hop: tra essi figuravano un primissimo Snoop Dogg con Doggystyle (1993) e 2pac, con All eyez on me (1996). Da non dimenticare i più giocosi e meno conflittuali Beastie Boys, newyorkesi trasferitisi a Los Angeles nell’89, per lavorare al loro album Paul’s Boutique.

Ma mentre la musica hip hop sfondava di prepotenza le porte della California, un certo Beck Hansen prendeva appunti, cercando di mischiare tutto quel materiale in un unico lavoro. Influenzato parecchio dal suono degli appena citati Beastie Boys , Beck pubblicò nel 1996 Odelay, disco che trascina l’ascoltatore in una corsa di libere associazioni attraverso l’immensità della cultura pop. Un caleidoscopio di immagine, che costringe il rock convenzionale a rotolarsi nella sua polvere.

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Beck, artista alternativo sia dentro che fuori dalle scene

Ma con l’arrivo del gangsta rock a farla da padrone, le band dovevano scostarsi dai pesanti cliché dell’hair metal per evolversi in qualcosa più competente sul mercato. Siamo di fronte alla nascita dello stoner rock.

I re incontrastati di questo genere sono i Queens of the Stone Age capitanati da Josh Homme, nati dalle ceneri dei Kyuss sotto il sole cocente del deserto del Mojave. La band, che ammicca a tinte psych-rock di stampo seventies, raggiunse il suo apice con Songs for the deaf del 2002. Assomigliano ai Nirvana del southwest distesi su un letto di Black Sabbath, ZZ top e Blue Oyster Cult, il tutto ben inzuppato in salsa Red Hot Chili Peppers. Chiamatelo cactus grunge, chiamatelo stoner hardcore, nessuno aveva mai scritto cavalcate metalliche piene di groove come First it giveth, The sky is fallin’ o A song for the dead.

Intanto i prìncipi del pop punk erano tre ragazzi di San Diego, i Blink 182, che contribuirono a far diventare il loro genere una macchina da soldi, grazie al multi milionario Enema of the state (1999). Una band che non ha smesso di andar forte anche nel 2011, anno di uscita del loro sesto album Neighbourhoods.

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I Blink 182 dominarono le classifiche a fine anni ’90

Dai Beach Boys ai Blink 182, insomma. Forse la California forse non produrrà mai più una scena così coesa e influente come quella dello psychedelic rock degli anni ’70, o come quella del Sunset Strip metal, ma resta certo il fatto che questo posto continua ad attirare musicisti da tutto il mondo. La maggior parte alla ricerca di eccessi edonistici e illuminismi spirituali, altri più realisti e con meno pretese, ma tutti richiamati da quella scintilla di speranza che questa terra non hai mai smesso di offrire, da ormai più di mezzo secolo.

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