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California dreamin’ – parte 2

“I wish they all could be California girls” cantava Brian Wilson, i The Mamas and The Papas si immaginavano “safe and warm” nelle strade di L.A., i Guns N’ Roses volevano a tutti i costi arrivare alla Paradise city, mentre 2Pac intonava “serenade the streets of L.A./from Oakland to Sacktown/the Bay Area and back down/Cali is where they put the mack down”.

Dai Beach Boys ai Blink 182 – passando per folk pop, psichedelia, country rock, hair metal e hip hop -, per una buona metà del secolo scorso la musica “made in California” ha avuto un ruolo chiave nella costruzione dell’immaginario americano, della terra delle opportunità. Quasi ci fosse qualcosa di mistico nel tanto agognato Golden State, che tutt’oggi attira gente da est verso il Pacifico per ammirare le spiagge assolate, le grandi autostrade, i canyon e il deserto, senza parlare degli studi cinematografici e le compagnie tecnologiche della Silicon Valley.

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PARTE 2: COUNTRY ROCK, BLUES E BLACK MUSIC

Perché California vuol dire anche country rock. Uno dei pionieri del genere fu Rick Nelson, che iniziò la sua carriera come Tv idol sotto il nome di “Ricky”, fino a maturare nel potente rock’n’roller del ‘61 di Hello Mary Lou. Con il suo stile molto simile al Bob Dylan di Nashville skyline, Nelson contribuì  a creare una stretta connessione tra Los Angeles e la florida scena country di Bakersfield. Nel 1969 registrò, insieme alla sua Stone Canyon Band, un live album al club Troubadour, locale che diventò tappa fissa per i più grandi artisti del genere. Presenze fisse erano i Poco di Richie Furay, ex membro dei Buffalo Springfield, e la Nitty Gritty Dirt Band, gruppo più in stile Appalachian music, con Steve Martin al banjo.

E c’era anche Gram Parson, che iniziò la sua carriera nei Byrds per poi formare, insieme al bassista Chris Hillman, i Flying Burrito Brothers. Con il loro album The gilded palace of sin (1969), il country rock della west coast scalò le classifiche di vendita, influenzando tutta la scena musicale dell’epoca, dai Rolling Stones agli Eagles, che ripresero quel sound per trasformarlo in hit da milioni di dollari, come Lyin’ eyes e New kid in town.

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I Flying Burrito Brothers in tutta la loro sobrietà nel vestire

Ma la California aveva anche altro da offrire, tipo la scena blues. John Mayall, luce guida della cosiddetta “british invasion”, movimento musicale diffusosi in UK in quegli anni, ben presto impacchettò la sua chitarra per trasferirsi a L.A., cantando di paesaggi idilliaci nell’album Blues from Laurel Canyon.

Anche l’eccentrico Captain Beefheart, all’anagrafe Don Van Vliet, non seppe resistere alla favola califoniana, trascorrendo molto del suo tempo nel complesso di Lookout Mountain Avenue, di proprietà di Frank Zappa, suo amico e produttore. Il Capitano, assieme alla sua Magic Band, prese ispirazione da quella cornice per pubblicare, nel 1974, l’album Unconditionally guaranteed, uno dei lavori più “strani” della storia della musica.

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Baffi a confronto: Captain Beefheart, a sinistra, in compagnia di Frank Zappa

In quegli anni anche la west coast conobbe la sua fetta di black music. L’anno fondamentale fu il ’72, quando Berry Gordy, direttore della celeberrima casa discografica Motown Records, decise di trasferire i suoi uffici a L.A. Uno dei più grandi artisti presenti nel loro roster dell’epoca era il cantante funk dall’anima punk Rick James, di cui molti conosceranno la hit Super freak. Tra gli altri affiliati, da ricordare la grande artista Teena Marie, esplosa a fine decennio.

E poi arrivarono loro, gli anni 80’.

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