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California dreamin’ – parte 1

“I wish they all could be California girls” cantava Brian Wilson, i The Mamas and The Papas si immaginavano “safe and warm” nelle strade di L.A., i Guns N’ Roses volevano a tutti i costi arrivare alla Paradise city, mentre 2Pac intonava “serenade the streets of L.A./from Oakland to Sacktown/the Bay Area and back down/Cali is where they put the mack down”.

Dai Beach Boys ai Blink 182 – passando per folk pop, psichedelia, country rock, hair metal e hip hop -, per una buona metà del secolo scorso la musica “made in California” ha avuto un ruolo chiave nella costruzione dell’immaginario americano, della terra delle opportunità. Quasi ci fosse qualcosa di mistico nel tanto agognato Golden State, che tutt’oggi attira gente da est verso il Pacifico per ammirare le spiagge assolate, le grandi autostrade, i canyon e il deserto, senza parlare degli studi cinematografici e le compagnie tecnologiche della Silicon Valley.

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PARTE 1: LOS ANGELES vs SAN FRANCISCO

Ovviamente, se si parla di California, i posti che vengono subito in mente sono Los Angeles e San Francisco, e in secondo luogo San Diego e Bakersfield, capitale della musica country. Due città, quella degli angeli e quella della baia, che offrirono panorami musicali contrastanti ma allo stesso modo influenti.

Il primo grande episodio che permise a L.A. di segnalarsi sulla mappa della “pop culture” furono i Beach Boys.  All’epoca in California si suonava per lo più West coast jazz, Honky tonk country e Doo-wop, giusto per citare alcuni generi chiave, ma gli inni alla “teenager life” che Brian scrisse agli inizi degli anni ‘60 erano una colonna sonora più adatta a quel paradiso in cui vivevano.

“California is teen heaven. It is the place that pop was created for…it has been made like this when kids live in grey cities, tenement blocks, and it keeps raining and they know this can’t be right, there must be something better. California is the something better.” – Nik Cohn, 1969.

Ma Brian Wilson era qualcosa più che un semplice menestrello da melodie catchy per i teenagers. Basti pensare alle differenze sonore tra le surf song dei primi anni e la pop psichedelia di Good vibrations, fino al complesso symphonic pop di Pet sounds. Insomma passare da Surfin’ a Surf’s up in soli 4 anni è stato una sorta di miracolo.

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I Beach Boys e il surf, due degli stereotipi californiani anni ’60

Molti in quegli anni furono influenzati dai Beach Boys, tra cui il losangelino Lou Adler,  che ebbe successo con il surf-oriented sound di Jan & Dean, prima di virare verso i lidi del folk-pop collaborando con i The Mamas & The Papas. Con loro il sogno diventò realtà e il successo non tardò ad arrivare: California Dreamin’. Fu solo allora che L.A. diventò meta quasi obbligata per gli aspiranti cantautori folk-rock.

Adler fu sicuramente uno dei burattinai di questa controcultura degli anni ’60. Nel 1967 organizzò, insieme a “Papa” John Philips, l’International Pop Festival di Monterey, unendo le differenti visioni musicali di Los Angeles e San Francisco in un eclettico evento di tre giorni, che cambiò di fatto il modo di concepire l’industria musicale.

Il giorno di apertura si esibirono sia Johnny Rivers che i The Association, provenienti dal sud dello stato, mentre le giornate seguenti furono un concentrato di hippie rock from The Bay. Ralph J. Gleason, critico di musica jazz del San Francisco Chronicle, nonché personaggio fondamentale nell’organizzazione del festival, scrisse che le band del sud erano ”favorite dalla grande campagna pubblicitaria che L.A. regalava ai musicisti, mentre quello che succede qui (al nord, ndr) è autentico e reale”.

Al di là dei californiani, a Monterey vi erano musicisti provenienti da ogni parte degli Stati Uniti, tra cui il chitarrista texano Steve Miller, che coi suoi album Children of the future e Sailor portò lo psychedelic blues in un’altra dimensione. “I knew I couldn’t miss in San Francisco”, disse qualche anno dopo. A rubare la scena fu, però, la voce calda e sensuale della già nota Janis Joplin, anche lei figlia del Texas ma ormai da mesi stabilitasi nella baia.

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Janis Joplin fu l’indiscussa regina del Festival di Monterey

Nel frattempo i Quicksilver Messenger Service erano un quartetto di capelloni rotolanti che arrivarono al successo nel ‘68 con il disco Happy trails. Una copertina molto evocativa, disegnata dal componente dei Charlatans George Hunter,  fa da intro a un album che cattura al meglio l’intenso e a tratti pericoloso sound di San Francisco di fine 60’. Ben amalgamato dai colpi quasi primitivi del batterista Greg Elmore, l’interplay tra la sbuffante ritmica di Gary Duncan e le tremolanti linee della chitarra principale di John Cipolina risultava ipnotico ed eccitante allo stesso tempo. Era questo il sound, insieme a quello dei primissimi Byrds e dei Buffalo Springfield, che rappresentava l’avanguardia dell’epoca, una nuova musica che avrebbe riecheggiato per parecchi anni tra i canyon della California, prima di contaminare tutto il mondo.

Ma in fondo non vi erano solo hippies e chitarre ruggenti…

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