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Anna Marchesini, il senso della vita ed il senso dell’arte.

Anna Marchesini è donna di ragione e che ragiona. Ospite da Fazio a Che tempo che fa per parlare del suo spettacolo – Cirino e Marilda non si può fare, dal 4 al 16 novembre al Piccolo Teatro di Milano – finisce per parlare di quello che del suo spettacolo, e della vita in generale, è il tema ultimo: la morte.

La morte come termine ipotetico della vita, la morte come compagna, la morte come apparizione fugace, e per qualcuno, la morte come scopo dell’esistere. Di sicuro essa è ciò che al vivere conferisce un senso, perché non c’è senso senza un termine, un obbiettivo, e per avere un goal da raggiungere serve un tempo finito a disposizione.

Si vive per ottemperare alle necessità della vita

scrive la Marchesini, eppur non lo pensa.

Non lo so perché si vive, non l’ho ancora capito, eppure vivo

Non sono poche le cose che facciamo come se fosse scontato farle senza chiederci il perché, e vivere è solo la più evidente di esse. Nella ricerca di un senso non può non cadere il fare arte.

L’arte è qualcosa di innecessario, immotivato e per qualcuno persino superfluo o sgradito – basti provare a mettere un cantante con una chitarra davanti al banco del cibo ad un aperitivo per capire quanto la musica, per esempio, possa risultare sgradita ai più.
L’arte ed il lavoro sono due lati del vivere al contempo distinti e confusi. Distinti perché l’arte non vive di sola tecnica ed il lavoro non può mai abbandonarsi agli eccessi della creatività. Confusi perché non c’è vera arte senza tecnica (conoscitiva dell’animo umano e produttiva) e non c’è progresso nel lavoro senza l’apporto della creatività.

Innecessaria, immotivata e dai lineamenti confusi, eppure l’arte, come il lavoro, ma senza il suo carattere di vitale obbligo, sopravvive, camuffata ogni volta da qualcosa di diverso. O da qualcuno di diverso. Come Anna Marchesini.

Perchè?

Non c’è una risposta semplice che non sia opinabile. E non ci interessa darla. Quello che importa, per l’artista con venti anni di carriera alle spalle come per la band emergente al primo album, è farsi questa domanda.

Perchè faccio musica? Che cos’è la musica?

Ci piacciono le cose che abbiano un senso, o che quantomeno sembrino averlo, perché alla maggior parte di noi piace vedere una meta in fondo al sentiero. Vale anche per le arti, e la musica in questo caso. Non sempre il senso ci è noto, non sempre ci è palese, quello che è certo è che quando non c’è ce ne accorgiamo e perdiamo interesse. C’è senso in una canzone che contenga un bel testo, che risulti ben composta o eccezionalmente prodotta, o tutte queste cose insieme. Non cogliamo alcun senso nel sentire i rumori di un cantiere – a meno che noi non si abbia 80 anni inside ed una passione per i commenti inappropriati sul lavoro altrui – o il fracasso di cinque persone che impugnano gli strumenti senza saperli suonare – fans del grindcore a parte.
Ma non può essere tutto qui, non può bastare. L’arte è fuoco divino, è quel je ne sais quoi indefinibile che non sai cosa sia ma sai quando c’è, è raccontare una storia senza usare necessariamente le parole, è trasmettere emozioni senza nominarle e senza conoscere uno ad uno i destinatari, fare arte è…

Cos’è fare arte? E tu, musicista, perché fai arte?

Secondo chi scrive, un cammino non può cominciare senza che si sappia da dove si sta partendo e dove si è diretti. Scegliere di creare è scegliere di avere come meta l’orizzonte. Benzina, come testimonia perfettamente un personaggio straordinario come Anna Marchesini, è il desiderio stesso di vivere oltre le difficoltà, la malattia e la morte stessa. La musica, tra gli orizzonti, è uno dei più impervi da inseguire. E se non ci si chiede il perché del proprio camminare, o non ci si sa dare una risposta, forse, la strada scelta, non è quella giusta.




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