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All Time Low al Fabrique di Milano – Marzo 2015

Tutto esaurito per l’ unica data italiana degli All Time Low al nuovo ma già lanciatissimo Fabrique di Milano.
Il locale della periferia milanese ci accoglie con una prevedibile e notevole fila che poi si rivela essere quella per la signing session (un cazzo di cartello qua e là no?) vanificando l’ attesa precedente e aprendoci la strada verso la fila giusta, ovviamente chilometrica e densa, come è giusto che sia, di dodicenni precocemente arrapate le quali, al di là del classico “Oddio quanto amo Alex” e “Quanto è figo Zack”, non mi hanno particolarmente emozionato.
L’ adrenalina è palpabile prima ancora di entrare ma, se possibile, cresce quando realizzo di dover pagare 3 euro per il deposito zaino all’ingresso.
La band pop-punk di Baltimora torna dopo un anno nel Belpaese e non delude le aspettative: dopo due gruppi di apertura tutto sommato piacevoli ma penalizzati da strumentazione e regolazione dei volumi indecente perfino per un bar di periferia, i 4 ragazzoni (sono enormi) sfornano in un’ora e mezza la migliore delle scalette possibili, contenente tutti i pezzi più conosciuti e potenti, senza dimenticare le più struggenti “Remembering Sunday” e “Therapy”, e la nuova di pacca “Something’s gotta give”, appena uscita ma già nota ai più, con la sua melodia più pop che punk ma comunque molto efficace.
Apre come sempre “Lost in Stereo“, uno dei classici, che infuoca l’ambiente già caldo di suo e apre la strada a pezzi come “Stella”, “Damned if I do ya, damned if I don’t”, “Weightless” e “Backseat serenade”, intervallati dalle classicissime “American Idiot” e “All the small things” – gli ATL nascono come cover band dei Blink 182 -  che anticipa “Dear Maria, count me in”, con cui la band dà l’arrivederci ai numerosi fan accorsi, sempre di più ogni volta.
Al di là della poca differenza tra studio e live, caratteristica comune ad altri gruppi di questo genere, spicca la “umile simpatia” dei quattro ragazzi, che non si risparmiano vestitini da fatine e battutine a volte anche sconce (alcuni padri che accompagnavano le figlie penso siano svenuti) e permettono a dieci giovani fortunati di salire sul palco a cantare con loro “Timebomb“.

Sembra quasi che i quattro non siano ancora completamente consci del successo raggiunto.

Nel complesso è stato un live denso di adrenalina e sudore, risate e, perché no, ispirazione per tutti i musicisti: gli All Time Low si sono fatti da soli e con fatica ed umiltà hanno potuto fare quella che loro stessi hanno definito come prima, desiderata, data a Milano da headliner del nuovo e promettente minitour che si concluderà in una tutta esaurita Wembley Arena e con un dvd ricordo (un bel ricordo).

Chapeau per questi quattro “ragazzi come noi”.

Note dolenti:
1) I classici ignoranti del pubblico che snobbano e boicottano i gruppi spalla, noncuranti del fatto che ad altri presenti, me compreso, potessero piacere.
2) Gli altrettanto classici ignoranti italiani in inglese che appena sentono “All Time Low” pronunciato dalle band d’apertura esplodono in un urlo eccitato. Anche se avessero detto “Panino o piadina sensa scipolla poco picante, manji qui o porti ALL TIME LOW” avrebbero urlato impazziti. Vabbè.




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