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50 sfumature di donna nella musica

Una donna libera è il contrario di una donna leggera

scriveva Simone de Beauvoir, una che di che cosa significhi essere donna ed essere libera ne sapeva parecchio.

Essere una donna nella musica riflette un po’ la frase della celebre compagna di Sartre; per quasi tutto il secolo scorso, le donne hanno pagato con la libertà il prezzo della leggerezza nella musica e nella vita. Spesso all’ombra dei loro mariti, amanti, fratelli e padri, queste grandi, ultime eroine romantiche hanno pagato anche con il sangue e l’isolamento, con la solitudine e un giro di droghe e disperazione che farebbero impallidire le bad girls dei nostri tempi.

Pensiamo a Nina Simone nata negli anni ’30 in North Carolina; una donna che può dire di aver marciato insieme a Martin Luther King per i diritti civili e che ha prestato la sua voce nerissima alla rivoluzione di un’intera nazione. È anche grazie ai suoi spettacoli e al suo impegno che oggi gli Stati Uniti hanno un presidente nero; ma Nina Simone, se ha potuto portare con orgoglio il colore della sua pelle, ha invece dovuto scontare fino in fondo la colpa di essere una donna. Il marito e manager la picchiava, tanto  che la celebre cantante ha abbandonato il paese che aveva contribuito a rendere migliore. Nina Simone rappresenta un tipo di donna che se grazie al suo talento ha potuto fare la differenza nel mondo, nella propria vita privata ha invece subito le arretratezze culturali di un mondo, quello relazionale, contro cui non ha saputo combattere.

Come Billie Holiday, un’altra signora della musica e un’altra vita tragica, queste due eroine nere sono state un simbolo della lotta per i diritti civili e un simbolo di mancata emancipazione. Forse i tempi erano abbastanza maturi perché bianchi e neri potessero sedersi allo stesso tavolo, ma non abbasta perché una donna potesse pretendere di non essere stuprata o picchiata dal compagno di vita. Rappresenta un po’ il cuore battente dell’America e la sua anima più profonda, che alle primarie democratiche del 2008 ha preferito un presidente nero, piuttosto che un presidente donna.

Eppure dopo cinquant’anni ancora apriamo il giornale e vediamo la foto del viso tumefatto di Rihanna, picchiata violentemente dal compagno Chris Brown. Sei Rihanna, la tua voce milioni di cuori e muove milioni di dollari, ma dalle botte del tuo fidanzato non puoi difenderti. Peggio ancora, non ti liberi di lui e ci torni insieme. Non sta certo a noi giudicare le scelte personali di Rihanna, ma il segnale che queste scelte mandano è preoccupante; accettiamo quotidianamente l’amica che non riesce a lasciare il fidanzato violento e siamo ormai assuefatti al femminicidio, ma sapere che persino Rihanna si prende le botte e lo perdona fa quasi paura. Se persino lei perdona il suo aggressore, che possono fare Pia, Marta e Lucia, senza soldi e senza fans? Ecco, se Billie Holiday e Nina Simone sono state le martiri di una battaglia che poteva essere vinta, Rihanna è il simbolo di una prima sconfitta.

Qualcosa di simile si può dire di Lana del Rey, una cantante meravigliosa, che sa scrivere dei versi struggenti sull’amore. Tutti noi ci siamo innamorati di una voce vellutata e di un accento strascicato, sonorità da viaggio in America su una vecchia Cadillac. Lana ci fa sicuramente respirare un’aria romantica e ovattata e funziona. Eppure nei suoi testi Lana parla di amore violento, doloroso, squilibrato, ha pubblicato l’album Ultraviolence che è stato salutato come un’ode alla violenza domestica, in cui descrive un amore aggressivo e disperato, una dolce disposizione a farsi trattare male e farsi picchiare perché sembra un bacio;

il femminismo non è un argomento interessante

dichiara Lana del Rey, che ancor più di Rihanna è il simbolo di molte donne di oggi; quelle che si dissociano apertamente dal femminismo e che credono davvero che fra uomini e donne ci debbano essere delle differenze di ruolo ben precise. Potremmo chiamarla la generazione 50 sfumature di grigio.

Viene quasi da chiedersi che cosa sia successo, che cosa sia cambiato dagli anni ’60, ’70 e ’80 ad oggi. Perché sì, c’è stato un momento in cui le donne della musica hanno detto qualcosa sul femminismo; alcune con la propria vita indipendente come Janis Joplin o Patti Smith, altre direttamente attraverso le parole delle proprie canzoni, come Madonna. Tutte queste donne, regine della new wave o del pop, hanno lanciato segnali forti, inserendosi in un generale movimento di rivoluzione culturale che ha portato almeno in teoria a una parità dei sessi. Queste cantanti, forse solo perché andava di moda o per qualcosa di più, non hanno avuto paura di dichiararsi femministe o di vivere liberamente la propria sessualità in un momento storico in cui non era socialmente accettabile. Hanno in un certo senso rivendicato il loro diritto ad essere considerate artiste, piuttosto che donne. Poi, certo, le loro storie si sono rivelate molto diverse. Janis Joplin è morta nel 1970 per un’overdose, a soli 27 anni, come Amy Winehouse.

Madonna è costantemente alla ricerca dell’elisir di eterna giovinezza. Forse oggi risulta un po’ eccessivo che faccia a gara con Miley Cyrus per l’esibizione più scandalosa, ma la regina del pop ha anche scritto nel 1989 un vero e proprio inno femminista, Express Yourself, in cui si incitano le donne a non accontentarsi del secondo posto. Peccato che anche lei ora si pieghi alla necessità assoluta dello scandalo per fare notizia e per ottenere un tweet in più, pagando dazio all’ex Hanna Montana, che invece dà sempre più l’impressione di dettare le regole del gioco dello show business.

Madonna ha quindi rappresentato il momento in cui il femminismo forse non era più così necessario, ma andava di moda e il girl power era qualcosa in cui tutte le ragazze si riconoscevano. Una donna che ha avuto la fortuna di nascere nel periodo storico giusto per una musica libera di essere anche femmina, e quando lo scandalo diceva qualcosa in più anche sul piano politico.

Forse abbiamo cantato vittoria troppo presto e abbiamo creduto che le battaglie per l’emancipazione fossero vinte, forse abbiamo creduto di esserci conquistate il rispetto che si deve agli esseri umani normalmente, ma forse non è così; forse ci siamo adagiate dopo le leggi sull’aborto e il divorzio, dopo che è diventato normale avere un lavoro e studiare ingegneria oltre che lettere moderne all’università. Forse abbiamo accolto come un segnale positivo tutti quei culi e tette in televisione, perché finalmente il corpo femminile non era più un tabù o qualcosa di cui vergognarsi. Forse, sotto sotto, ci è piaciuta l’idea di Cinquanta Sfumature di Grigio, perché finalmente un libro parla apertamente del desiderio delle donne e forse fra cent’anni sarà il nuovo Lady Chatterly. Forse siamo state colpite dalla saga di Twilight e in cuor nostro ci rendiamo conto che il valore di una donna è uguale al valore che un uomo è disposto ad assegnarle. Forse ci siamo convinte che i balletti di Miley Cyrus e l’amore per il bondage di Anastasia Steele siano le nuove frontiere del femminismo e un po’ ci vergogniamo che le nostre madri e le nostre nonne abbiano bruciato i reggiseni in piazza e non si siano depilate le ascelle per mesi.

Oggi ci sentiamo più libere che mai; libere di scegliere di non essere femministe, libere di depilarci, di essere femminili, di preferire un ruolo passivo in coppia e di sentirci disposte a sacrificare tutto per amore.

Oggi siamo così libere da poter scegliere di non esserlo.

E allora, ragazze, preparate le manette: il 12 Febbraio è uscito il nostro film, Cinquanta Sfumature di Grigio.




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