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3D vs 2D: Curvy contro Skinny

Le ragazze curvy stanno facendosi prepotentemente strada a colpi di fianchi (generosi) e tette (abbondanti) tra le loro acerrime nemiche, le algide skinny bitches, le irraggiungibili supermodelle che per decenni si sono imposte come paradigma di perfezione estetica su qualunque rivista, cartellone pubblicitario e mezzo di comunicazione, imbarazzando il rimanente novanta per cento della popolazione femminile, quello che non si rischia di confondere con l’attaccapanni dell’ingresso di casa e che è possibile contemplare in 3D.

Fino a che punto si può tuttavia sostenere che questo costituisca una emancipazione dagli ossuti canoni di bellezza ridicolmente stabiliti dalle passerelle?

La parola “modella” deriva dall’inglese e dal francese “mannequin” (“manichino” in italiano), termine più che eloquente per spiegare la funzione dell’indossatrice: proprio perché l’attenzione deve essere concentrata sul vestito e non sulla persona che fascia, questa deve essere il più anonima possibile, in favore della resa finale dell’abito. La rivoluzione curvy non vuole assolutamente privare del loro lavoro le modelle, che di qualcosa devono pur campare, ma si propone di dare voce, in una società basata sul credo dell’apparire, alle donne dotate di misure fuori moda:

ci siamo anche noi, ci sono anche i nostri culoni e siamo veramente tante.

Intento nobilissimo, se non fosse che, anche in questo caso, piuttosto che apprezzare l’unicità e l’avvenenza di un corpo femminile, si tende ad estremizzarlo e a categorizzarlo, riducendo la questione a un fatto meramente sessuale. Il risultato allora è la Nicki Minaj di turno che dimena orgogliosa il suo enorme fondoschiena, che da solo potrebbe costituire il centro di un nuovo sistema gravitazionale, esclusivamente in nome dell’appeal da questo esercitato nei confronti dell’altro sesso

 

Siamo ben lontani dall’emancipazione del sesso femminile tanto agognata se le bellicose signorine stesse strumentalizzano il proprio corpo, innalzando a bandiera della dignità del loro essere curvy solamente la capacità che le loro rotondità, dimenate a non finire,  hanno di provocare erezioni presso il genere maschile a colpi  di twerking.

Il confronto è congelato, ancora una volta, all’interno di due scomodi stereotipi: l’algida bambolina Taylor Swift che forse, quando parla di “Blank space”

 

si riferisce allo spazio vuoto che si trova tra il suo corpo e i vestiti che indossa (per l’amor di Dio, fatele mangiare un panino!) e la giunonica bambola gonfiabile incarnata da Nicki Minaj. Da par mio penso che l’affascinante uomo in smoking vittima della lunatica signorina Swift, che da coccole e sorrisi passa, il minuto successivo, in preda alla furia vendicativa, ad armarsi di mazza da golf da scagliare contro una innocente e costosissima auto di proprietà di colui che le ha spezzato il cuore, preferirebbe di gran lunga avere a che fare in maniera altrettanto appassionata con le chiappone della Minaj; ma questa è un’altra storia…

La massima liberazione cui una donna può ambire è sventolare petto e natiche come al banco del macellaio convinta ora di essere preferita a un pezzo di carne più spigoloso? Da un grande culo derivano grandi responsabilità: prima di inneggiare alla liberazione dalla tirannia delle ossute partecipando come burrosa comparsa nel video “Anaconda”, occorre assicurarsi che sia innanzitutto il cervello a essersi dotato della terza, curvy, dimensione.




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